C’è chi paga per delle colpe che non ha commesso e chi, protetto dalla sua posizione sociale non pagherà mai. Ieri come oggi, nella finzione come nella realtà.

Ognuno di noi ha delle doti. Quella del regista Joe Right è il saper leggere con arguzia, selezionare romanzi talmente forti, potenti e solidi nella struttura narrativa che è difficile trarne un film senza alcun merito. Anche se la regia è accademica e goffa, anche se la protagonista ha la stessa espressione dall’inizio alla fine. L’importante è non allontanarsi mai troppo dal testo. Questo lui lo sa, e ci si tiene pertanto incollato.
Fu così già per il suo
Orgoglio e pregiudizio, con improbabili movimenti e finti movimenti di macchina. Ma che volete farci? Il capolavoro di Jane Austen non può non commuovere, come una bella canzone che venga male interpretata da uno scadente cantante di piano bar, e se non altro in questo modo le nuove generazioni si avvicinano a un classico della letteratura inglese. È così per il romanzo di Ian McEwan, che non riesce ovviamente a rispettare fino in fondo, ma che cerca di mettere in scena nella maniera meno personale possibile.
Un romanzo ben strutturato, a volte volutamente noioso: sarebbe stato impossibile portare sullo schermo i pensieri e i monologhi interiori di ciascun personaggio. L’espiazione è un processo mentale tutto occidentale, di chi cerca di pagare un danno non provvedendo a recuperare sul danno stesso, bensì punendosi in qualche modo. La pena della protagonista era già scritta nel suo modo di essere, nella sua incapacità di amare. Ma la vera espiazione è quella dei due protagonisti, Cecilia e Robbie, che pagano per la loro passione, pagano di fronte a una società classista e formale, dove un sentimento così non può essere accettato, specie tra una ragazza di buona famiglia e quello che, pur con una laurea a Cambrige, resta sempre il suo giardiniere.
Costumi e scenografie sontuose, un eccesso di stilizzazione rendono tutto “troppo pulito” e non ce fanno a restituirci il vivido quadro della guerra che il libro di McEwan, con i suoi eccessi descrittivi, aveva saputo dipingere così bene. Il lungo piano sequenza di Dankerque, con l’esercito britannico che aspetta di tornare a casa, è posizionato dove un bravo studente in regia sa deve trovarsi, e non va più in là in fatto di meriti. Bravo il protagonista, James McAvoy, che salva parecchio la situazione. Per il resto un’occasiona mancata. Dal testo si poteva riflettere sull’inutilità dell’espiazione, sulla sua totale mancanza di portare beneficio a chicchesia; dal film ci si chiede solo se davvero la fantasia non sia soltanto un rifugio per chi non riesce ad accettare di vivere in un mondo che non capisce.
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