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di Alessandro De Simone


La molte vite di un poeta che potrebbe essere Bob Dylan raccontate da un Todd Haynes in stato di grazia

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Quando girava i cortometraggi con le Barbie, a quante bambole faceva interpretare lo stesso ruolo Todd Haynes? Per Bob Dylan ci sono voluti quattro attori, un bambino e una dea, sei personaggi, in cerca di un padrone più che di un autore.

Perché raccontare la vita di un artista frantumandola in questo modo, mettendola in scena in maniera così complicata, senza una sua linearità, impedendo allo spettatore stesso di conoscere la vita che si sta raccontando? Semplicemente perché I’m not There non è un biopic e per apprezzarlo non c’è bisogno di conoscere la vita di questa leggenda della musica.

Quello che Haynes racconta è storicamente vero, dalla delusione e la rabbia dei fan nel momento del passaggio dal folk alla musica pop, alla sua grande ammirazione per l’opera di Woody Guthrie, fino ai difficili rapporti personali e il desiderio di isolamento che lo lasciò lontano dalle scene per alcuni anni.

E tragicamente vero fu l’incidente in moto in cui rischiò di perdere la vita e che gli costò molte ossa rotte. Ma anche noi non siamo qui per raccontare la vita di Dylan, ma per celebrare l’anarchia creativa di un autore tra i meno prolifici del cinema americano (appena quattro film in dieci anni), ma sicuramente uno dei più geniali.

Haynes viaggia nel tempo e nello spazio in I’m not there, va avanti e indietro con tutti i suoi diversi Bob, cambiando stile a seconda del periodo e della situazione, passando dal free cinema degli anni Sessanta con una straordinaria Cate Blanchett beatnik, al western crepuscolare di Peckinpah e Aldrich con un ascetico Richard Gere, e poi le sgranature e la macchina a mano del New American Cinema, fino all’America della Depressione, raccontata con le parole che avrebbe scelto John Ford in un nuovo Furore.

I’m not There è un film fuori dagli schemi, come lo era Velvet Goldmine che per molti versi era la prova generale, raccontando un pezzo di vita di un altro camaleonte come David Bowie. Anche la scelta di scegliere molte tra le canzoni meno conosciute di Dylan aiuta paradossalmente a entrare meglio nella vita di quest’uomo che ha cercato di fermare la guerra con le canzoni.

E che ha smesso in cerca della sua pace.

Grazie comunque, Mr. Zimmermann.

Ovunque lei sia.

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