Salvare il mondo, essere diversi, essere speciali. Ecco cosa raccontano le serie di nuova generazione.

In un mondo che sempre di più retrocede, riavvicinadosi a quel “guazzabuglio medievale” tanto odiato dagli illuministi, l’afflato comune è quello di voler salvare qualcosa o qualcuno. La voglia di supereroi si sta facendo sentire nello spettatore medio già da molti anni, ne sono la prova gli incessanti – e molto più numerosi che in passato – adattamenti cinematografici tratti dai fumetti e il nuovo modo di vedere al supereroe non solo come a un individuo dotato di poteri straordinari, ma anche e soprattutto come il custode di un senso di giustizia superiore, mai egoistico, al di là del comune senso del bene e del male.
Gli esempi che potremmo portare sono innumerevoli ed eterogenei: dall’ultimo volume di
Harry Potter, in cui il maghetto ormai adulto agisce “for the Greater Good” alla deliziosa cover della sigla di
Goldrake, malinconica ed evocativa, dal video più che significativo, ad opera di Alessio Caraturo.
Le serie TV non ne sono esenti e, anzi, visto che ultimamente molte di esse sono quanto di meglio si possa desiderare di vedere, rispecchiano sempre di più la società e il desiderio di indagine che l’abitante di questo piccolo paesino chiamato Pianeta Terra ha dentro.
In
Heroes l’afflato comune a tutti personaggi, più o meno buoni, più o meno consapevoli, più o meno dotati di superpoteri, è quello di salvare il mondo. Baluardi di questa ideologia sono prima di tutto Hiro Nakamura e Peter Petrelli, i primi a rendersi conto di aver ricevuto un dono. Non è necessariamente vero che “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, come pure non è necessariamente un eroe chi possiede superpoteri. Eroi si può esserlo anche da persone “normali”, come l’inizialmente scettico Ando, come il padre adottivo di Claire, il misterioso Richard Bennett. Perché il desiderio di salvare “questo triste mondo malato” ce lo abbiamo tutti, anche noi piccoli riciclatori di carta, plastica e vetro che spegniamo gli interruttori quando non serve tenerli accesi.
E lo stesso desiderio si riscontra in un’altra serie,
4400, quella dei “ritornati” che improvvisamente possiedono doti fuori dal comune. Molti di loro non sono consapevoli, altri si credono invulnerabili (facendo poi una brutta fine), ma il desiderio che sta alla base è lo stesso: salvare il mondo, o almeno migliorarne una piccola fetta. E a muovere le azioni di tutti non è l’idea di sentirsi pieni di doti straordinarie, non è la consapevolezza di ciò che si è, quanto un grido disperato, una soluzione estrema a tante richieste, urlate o sussurrate, pretese o implorate, ma mai ascoltate, da nessuno, sempre cadute nel vuoto di un falso silenzio che si chiama indifferenza.
A modo suo, anche
Dexter, il serial killer di serial killer, vuole salvare il mondo, ripulendolo dagli individui che tanto cinema e tanta letteratura ci hanno fatto credere essere i più pericolosi.
Heroes però va oltre: riflette e invita a riflettere sull’11 settembre (l’episodio ambientato nel futuro), sulla politica che sta dietro, sulla maniera sbagliata di agire “for the Greater Good”. Anche se ci sono moltissime similitudini con graphic novel come
Watchmen, in Heroes riscontriamo una differenza sostanziale. Essendo un prodotto dei nostri giorni, è disincantato e consapevole, non lascia spazio a dubbi. Il Pinguino in
Batman il Ritorno affermava che “è nell’umana natura temere l’inconsueto”. Niente di più vero. Se oggi tu ti svegliassi e scoprissi di avere dei superpoteri, ti nasonderesti come Claire o Nathan Petrelli. E faresti bene. Se oggi ti scoprissi supereroe, non farti illusioni: non ci sarebbe nessuna folla ad acclamare le tue gesta, ti brucerebbero sul rogo come si faceva con le streghe, nel Medioevo.
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