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  • 8mm - Delitto a luci rosse
di Alessandro De Simone


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Andrew Kevin Walker aveva stupito il mondo nel 1995 con la sceneggiatura di Seven, un concentrato di crudeltà e paura, inserito in un intreccio preciso come un orologio svizzero e confezionato con grande cura da un regista di talento come David Fincher e da un direttore della fotografia geniale come Darijus Khonji. Senza dimenticare, ovviamente, i tre bravi attori (Freeman, Pitt e Spacey) e il fatto che alla fine Gwyneth Paltrow viene decapitata, una sorta di catarsi preventiva.

Per 8mm, il nostro amico furbetto si è limitato a fare solo poche variazioni, sostituendo al John Doe che monda l'umanità dai suoi peccati, il demone che c'è in ognuno di noi di volersi elevare al livello di un Dio e mettendo il povero Nicolas Cage (che dopo l'Oscar non riesce a trovare più un personaggio decente) all'inseguimento di questo mostro per poterlo distruggere. Volendo scavare nella mente e nelle anime dei suoi personaggi, Walker finisce con il mettere in secondo piano il mondo sotterraneo della pornografia, che viene attraversato con grande velocità e sufficienza, rappresentato in modo quasi caricaturale e comunque, anche nella sua sporcizia, quel tanto patinato come piace a Joel Schumacher, ultimamente capace di appiattire qualunque cosa gli capiti tra le mani.

Il rapido sguardo su queste convention di pedofili, privè per devoti di Onan e incontri con personaggi con piercing in luoghi improbabili, fa rimpiangere un film come Hardcore, dove questi luoghi erano descritti in tutto il loro squallore, ma soprattutto fa piangere pensando che Schrader deve fare i salti mortali per girare film eccezionali e tanti altri mediocri vedono soldi a più non posso.

Doveva essere una pellicola disturbante come lo snuff movie che mette in moto tutto il meccanismo, ma ciò che lascia perplessi è invece l'assunto che si desume dal film, pesantemente forcaiolo e in effetti già presente in "Seven", in quel caso stemperato dalla simbologia cattolica, mentre qui viene sbattuto in faccia senza troppi problemi, incitando quasi lo spettatore a suggerire al protagonista di fare giustizia dove la legge non può arrivare, di essere il braccio di Nostro Signore per punire i peccatori.

Tom Welles (un cognome ingombrante, quando si parla di realtà e finzione delle immagini) deve fare giustizia, per vendicare una madre che ha sofferto e per proteggere la sua famiglia perfetta (odiosa la moglie Catherine Keener e il loro rapporto, ipocritamente idilliaco, menzogna come il vizio del fumo di Tom), non ci saranno rimorsi perché avrà fatto la cosa giusta. Questo è agghiacciante, anche perché è in nome di questa giustizia più o meno divina si compiono le azioni più efferate. Peraltro Schumacher aveva già rischiato sullo stesso argomento ne Il momento di uccidere, per non parlare di Un giorno di ordinaria follia: incominciano a sorgermi dei vaghi dubbi...

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