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  • Cemento Armato
di Federica Aliano


Un esordio coraggioso e intenso. Un film crudo e bello da vedere, che coinvolge sempre più man mano che si procede alla visione.

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Una volta si parlava di “rinascita del cinema italiano” (espressione che a noi non è mai piaciuta molto, non priva di una certa sorpresa nel constatare che anche in Italia si fa del buon cinema), oggi non ci si fa neanche più caso. Ma buoni prodotti o no, quello che nel Bel Paese non viene mai posto nella giusta considerazione è il coraggio. La volontà, spesso accompagnata da dosi massicce di incoscienza, di fare qualcosa di diverso, fregandosene di quello che scriveranno i giornali.
Ecco, questo mi sembra sia stato alla base della realizzazione di Cemento Armato, l’esordio alla regia dello sceneggiatore Marco Martani, famoso per i cinepanettoni assieme all’amico e collega Fausto Brizzi, ma non nuovo agli script con più spessore.
Il film è stato definito un noir, ma il termine non basta. Cemento Armato strizza l’occhio a un cinema di genere che è stato tutto italiano, capace di raccontare vividamente le periferie di città, gli abitanti di un sottobosco urbano fatto di lamiere e sampietrini rimossi, di piccoli furti e tanta voglia di sopravvivere. L’elemento più evidente è la solidità di una sceneggiatura geometrica, millimetrica, che non lascia nulla al caso. Gli oggetti in apparenza più insignificanti (un foglietto spiegazzato, un posacenere vecchio stile) assumono una valenza quasi teatrale, mostrati di sfuggita e in seguito caricati di funzioni importanti; nulla viene lasciato al caso.
Giorgio Faletti, per la prima volta nel ruolo di un cattivo vero, di cui si è tanto parlato, è forse quello che funziona meno, non potendosi liberare del tutto del suo accento marcato e riconoscibilissimo. Ma l’uso che fa di uno sguardo glaciale che di norma non gli appartiene rende inequivocabile l’odio che il suo personaggio cova dentro, la sua incapacità di essere felice, sempre in lotta con se stesso e con la posizione in cui si trova: talmente in alto da temere la discesa più della morte. Chi davvero tiene il film dall’inizio alla fine sono i due giovani protagonisti. Carolina Crescentini, tanto intensa nella sua interpretazione da poter ribattezzare il suo personaggio “madonna Asia”, e soprattutto Nicolas Vaporidis che regge un’enorme quantità di scene difficilissime, sia dal punto di vista fisico che interpretativo, con sorprendente energia attoriale.
Non è da meno il cast dei comprimari, tutti impegnati in ruoli delineatissimi, mai abbozzati, forse ugualmente importanti tra loro. Fra tutti spiccano un Ninetto Davoli strepitoso, ma anche due giovani molto apprezzati fuori dai nostri confini: Valon Ratkoceri e Pietro Ragusa.
Ciò che colpisce da subito è anche la bellissima fotografia, ora desaturata, ora calda e rassicurante, ma mai stilizzata. Non si coprono certo il sangue, lo sporco e il cemento, le lacrime e gli abbracci di madre (Italia è forte e dolce, il ritratto della madre romana), la crudeltà della vita, la potenza con cui una serie di sfortunati eventi ti fa piovere addosso una quantità di violenza tale da non poter essere sopportata. Ed ecco ancora il coraggio di Cemento Armato: in Italia si pulisce tutto. Uno sparo sulla fronte non genera quasi mai uno schizzo di sangue nei nostri film, lo spettatore viene portetto da certe cose. Non qui, non ora, non con questo cast e questi realizzatori.
Non stiamo dicendo che Cemento Armato è un film perfetto, anzi. Di difetti ne ha, come qualunque opera prima. Ma è un lavoro realizzato con due milioni e mezzo di euro e sembra che ne sia costati molti di più. Lo stesso film, firmato da un americano, sarebbe stato osannato dalla nostra stampa per rigore ed estetica. Invece ci si abbatte per preconcetto su talenti e giovani promesse sui quali si dovrebbe investire, dato che stanno facendo rinascere generi che hanno reso grande il nostro cinema, promesse che sono la vera speranza per la nostra cinematografia.





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