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di Emanuele Bertolini


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La tradizione dei remake accompagna da sempre la storia delle produzioni hollywoodiane ed è comunemente considerata una pratica di scarso valore artistico, dettata, per lo più, da motivazioni commerciali tipiche della riproduzione seriale di un prodotto di successo.



Anche se potrà essere vero che gli originali sono migliori dei loro cloni, ciò non è imputabile all'industria cinematografica, la quale, giustamente, tende a ricavare il più possibile da un investimento, né tantomeno alla "riproduzione in serie" che (si veda la "saga degli ultracorpi") non sempre ha finito per invalidare il valore culturale di un film nè, tantomeno, il suo risultato finale. Il problema dei "brutti" remake é, di solito attribuibile ad una sorta di complesso di Edipo che porta il "regista-junior" a distinguersi il più possibile dal più noto predecessore, illudendosi, così, di giustificare la propria opera sforzandosi di apparire quanto più possibile "diverso" dal originale.



Gus van Sant ha tentato di giocare in contropiede questo difficile tipo di partita. Il risultato è appariscente: Van Sant si diverte e se la gode tutta, invertendo la tendenza "alienante" del remake classico e rinunciando ad ogni velleità riformatrice. Quasi come una sfida ci presenta la vicenda di Norman Bates rimodellandola come una copia conforme all'originale con gusto che é simile a quello dei falsi di Modigliani. Come uno scienziato che si propone di verificare la validità di un esperimento, miscela le dosi, ricrea le atmosfere, cronometra i tempi, regalando alla pellicola un senso di dejà vu decisamente spiazzante. Le inquadrature, i movimenti di macchina, le musiche, la sceneggiatura, in sostanza tutto, viene "masterizzato", ricalcato e riproposto con precisione maniacale e digitale. Van Sant aggiunge il colore, rispettando, fra l'altro, una velleità di Hitchcock, a suo tempo assai frustrata (ed é incredibile le tinte cromatiche siano vicine a quelle del Technicolor Vistavision tanto caro al vecchio Hitch); i costumi richiamano, suggerendoli appena, i magnifici anni '60; la partitura originale di Hermann rimane intoccata (e intoccabile) e gli archi dissonanti che accompagnano le scene degli omicidi sono imprescindibili mantenendo tutta la loro potenza e capacità suggestiva. Agli interpreti non rimane che riflettere sulla natura stessa del loro mestiere tentando di confrontarsi con i propri predecessori, in una titanica e vana sfida, che li vedrà perdenti evidenziando, in questo caso, uno degli aspetti più deboli del film.

Van Sant rispetta le dosi e ottiene il "suo" Psycho, ma piu che scienziato egli è un mad doctor che si costruisce una creatura-clone senza rinunciare ad aggiungere, subdolamente, elementi estranei all'originale, concedendogli una seconda vita: in verità infatti non si tratta di un remake ma un falso d'autore, una patacca di marca! In un'orgia di passione revival, non stonano quindi gli ingredienti nuovi assenti nella ricetta di Hitch che, come virgole e punti saggiamente disseminati con parsimonia ed intelligenza, approfondiscono e illuminano di luce nuova gli istanti cinematografici più famosi e quindi anche più insidiosi di questo capolavoro.

I flash quasi subliminali che accompagnano la morte di Marion Crane e del detective Abrogast sono visioni oniriche di realtà aliene e alienanti assolutamente estranee all'arte di Hitch, ma caratteristiche della sensibilità di Van Sant (si pensi a Belli e Dannati). Stesso discorso per la manifesta omosessualità di Norman; non è più conveniente - e ormai anacronistico - scommettere sull'immaginazione e sulla fantasia del pubblico. Tutta l'operazione non poteva essere gestita senza il costruttivo ausilio dell'ironia che pervade la pellicola a cominciare dalla sequenza iniziale dove si indovina nella figura panciuta di una comparsa l'ironica "finta" firma che rende autentico un "falso", per finire con i titoli di coda dove si ringrazie John Woo per His kitchen knife.



Briciole di saggezza cinematografica per un regista che si è volutamente ritagliato un piccolo spazio d'azione (ma è davvero piccolo?) lasciando al divertissement citazionistico e alla beffa hollywoodiana (perché di questo si tratta) il ruolo principale.

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