
Favorito al festival di Berlino,
Shakespeare in Love si è dovuto accontentare dell’Orso alla sceneggiatura, battuto da
La sottile linea rossa di Terrence Malick e l’impressione è che il 21 marzo a Los Angeles si vivrà un deja vu. Tredici candidature sono tante, ma il film di John Madden (Ethan Frome, Mrs. Brown) non ha i numeri per impressionare tanto i membri dell’Academy da farli desistere dal premiare un film che possa rappresentare la storia del nostro secolo attraverso quella degli Stati Uniti (vedi i grandi film bellici di questa stagione).
Ciò non toglie che questa rivisitazione della vita del "Grande Bardo" sia un lavoro gradevole, con picchi notevoli che si raggiungono ogni volta che si riconosce (ed è facile riconoscerla) la mano di Tom Stoppard.
C’è da chiedersi in che cosa potesse consistere la sceneggiatura originale di Marc Norman, prima che il drammaturgo inglese ci mettesse le mani sopra, perché è difficile credere che dalla penna che ha scritto
Corsari e
Waterworld, potesse venire fuori un lavoro assolutamente degno di rispetto.
I nodi vengono al pettine con la visione di questi piacevoli 123’ minuti, con pochi tempi morti, costellati da tante trovate e strizzatine d’occhio, confezionati in modo tecnicamente perfetto, ma con due anime distinte.
Norman ci descrive William (Will) Shakespeare (Joseph Fiennes) alle prese con seri problemi d’ispirazione, tanto che è ormai aduso al lettino dell’analista, non riuscendo neanche ad iniziare la stesura della commedia Romeo ed Ethel, la figlia del pirata, commisionatagli dal suo impresario. Ma, come per ogni artista che si rispetti, il problema sta tutto nel trovare una musa che lo ispiri e l’apparizione si materializza ad una rappresentazione teatrale di corte, nelle splendide fattezze di Lady Viola (Gwyneth Paltrow), appassionata spettatrice teatrale con ambizioni interpretative (in epoca elisabettiana era vietato alle donne recitare). Quando l’amore tra i due sboccerà, la passione porterà il grande drammaturgo a riportare su carta le parole, i gesti, le situazioni, nella classica concezione dell’arte che imita la vita, limitando la storia alle scene madri di Romeo e Giulietta che Fiennes e la Paltrow interpretano prima ancora che venga scritto il dramma dei due innamorati di Verona.
Momenti difficili da rovinare, visto il testo di base, ma comunque fiacchi, per la levatura non eccezionale della bella coppia protagonista come attori shakesperiani.
Ma a tutto questo, si affianca una seconda traccia più colta ed intrigante.
Come già in
Rosencrantz e Guildenstern sono morti (Leone d’Oro a Venezia ‘90 ancora oggi inspiegabilmente contestato ), Stoppard gioca con un teatro che non vuole imitare niente e nessuno. Anzi, tutto in questa sceneggiatura sembrerebbe suggerire allo spettatore che la vita dovrebbe essere come il teatro, luogo incantato in cui si può essere chi si desidera, e se nel film con Tim Roth e Gary Oldman il gioco consisteva in due personaggi minori a cui dare una storia, in una lettura pirandelliana di due piccoli ruoli di Amleto, qui si limita ad emozionare lo spettatore, cercando di trasmettere attraverso lo schermo l’amore per il palcoscenico di un qualunque uomo di teatro. La prima di Romeo e Giulietta al Curtain Theatre, scena clou in cui si risolve il film, è una pagina di grande letteratura, capace di trasmettere sensazioni tangibili dalla scena, al pubblico del Curtain e da loro a quello in sala, grazie anche agli ottimi tempi di montaggio di David Gamble, alle belle musiche di Stephen Warbeck ed ad un paio di buone intuizioni dello stesso Madden, (fino a quale punto ligio a svolgere il compitino!). Sempre Stoppard ha introdotto nella sceneggiatura il personaggio di Christopher Marlowe, all’ombra della cui fama vive lo stesso Shakespeare, evidenziando il tarlo comune a molti scrittori di non riuscire a raggiungere l’immortalità, perché offuscati dalle parole di un’altro.
Nel complesso, un’opera a due facce, dove quella con il marchio Hollywood si limita ad essere un prodotto ben confezionato, con dei limiti in tutte le parti più importanti: regia poco coraggiosa, soggetto interessante ma banalmente elaborato e presenza scenica latitante nei due protagonisti, in particolare della Paltrow, attraverso la quale si può vedere lo sfondo, tanto è insignificante.
Di contro, le cose che fanno grande il cinema americano, quindi una cura dei particolari quasi maniacale da parte di tutto il cast tecnico, una scelta di comprimari perfetta, da Geoffrey Rush (Oscar per Shine) a Judy Dench (che contenderà a Cate Blanchett il premio come miglior Regina Elisabetta I), da Ben Affleck al Tom Wilkinson di Full Monty, qui usuraio incantato dalla magia del teatro.
Luci ed ombre per un prodotto commerciale che cerca di farsi bello con un po’ di cultura ad uso del grande pubblico. Non che ci sia niente di male, ma se Tom Stoppard avesse riscritto tutto da capo a piedi e magari l’avesse anche diretto...
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