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  • Salvate il soldato Ryan
di Alessandro De Simone


Spielberg racconta l'America dello Sbarco, ma dietro il sacrificio e il trionfo c'è sempre l'ombra di un futuro nebuloso

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L'aria fredda del nord Europa in un mattino di fine primavera di più di cinquant'anni fa, i volti impauriti di uomini fatti o ancora da fare in attesa del loro destino, davanti ai loro occhi solo una pesante passerella d'acciaio che nasconde loro il futuro.
Molti non sono in grado di fare neanche un passo una volta persa quest'ultima protezione, mentre noi incominciamo a vivere, nutrendoci di memoria e sofferenza, paura ed emozioni, come quella di riconoscere, in quel pannello di ferro che si abbatte sulle rive francesi, la porta di una casa che si apre sugli sconfinati spazi delle praterie americane, la memoria dell'immenso cinema di John Ford a cui non si può che tributare eterna fedeltà e che non tradisco con questa affermazione.

Steven Spielberg non ci regala, purtroppo, un capolavoro intero, perché Saving Private Ryan è un film con dei difetti, uno in particolare, se proprio vogliamo star lì a criticare un uomo che negli ultimi 25 anni ha fatto, e bene, tutto quello che si può chiedere a un regista: un finale in cui la sua vena patetica straborda, un eccesso che strideva anche nel monologo finale di Liam Neeson in Schindler's List.
Questo però non ci impedirà di avere impresse nella memoria le immagini dello sbarco, una incredibile pagina di cinema, girata con grande perizia documentaristica (come i Combat Film di John Ford in zona di guerra...), un fantastico uso del sonoro e del colore, una crudezza in alcuni momenti volutamente indugiante nel mostrare gli orrori della guerra, così come non possiamo non fare un plauso generale a tutti gli attori, i due Tom in testa, Hanks e Sizemore, per la bravura con cui danno vita ai loro personaggi.

Inoltre c'è da notare che la Dreamworks, novella major, sta imponendosi, oltre che per la qualità delle sue produzioni, più curate dal punto di vista artistico rispetto agli ultimi lavori della concorrenza (vedi sezione Meteoriti), per uno stile non molto politically correct (se in The Peacemaker George Clooney dava l'ordine di sparare non curandosi dei civili, qui i soldati americani sparano ai tedeschi disarmati con le braccia alzate).
Fatte tutte queste debite considerazioni e ribadendo che il buon Steven ha di nuovo mancato di poco il suo Film Immortale (ma solo perché pretendo ancora di più da lui), voglio tornare un attimo a quella porta sulla prateria: mi piace pensare che il portellone dei mezzi anfibi che si abbassa sia una bella citazione di Sentieri Selvaggi (The Searchers, USA, 1956), perché gli otto uomini della pattuglia non sono che dei cercatori e devono trovare, oltre Ryan, una risposta a un quesito a cui risposta non c'è: non possiamo dire se sia giusto sacrificare otto uomini in cambio di uno, la vita umana è sacra per l'uno come per gli otto, per i 10.000 morti sulle spiagge della Normandia come per i milioni che questo sacrificio ha salvato. Non è facile retorica reazionaria, Salvate il soldato Ryan non vuole ribadire la superiorità USA sul resto del mondo, ma raccontare l'Uomo, le sue paure, le sue speranze, la sua vita.

Per come sono oggi gli Stati Uniti, credo che L'Uomo che Faceva Western avrebbe apprezzato quella sbiadita bandiera a stelle e strisce finale.






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