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  • Rendition
di Alessandro De Simone


Quel che va detto, va detto. Ma dentro i confini del politicamente corretto

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Il terrorismo, lo dice la parola stessa, deve incutere terrore nelle persone, renderle insicure, minare le loro certezze. Se fatto su scala industriale, si possono raggiungere risultati davvero stupefacenti. Prendiamo ad esempio tutto quello che è successo negli Stati Uniti dopo l’11 settembre: approvazione del Patriot Act, una delle leggi più restrittive e antidemocratiche della storia, intensificazione sui controlli per entrare negli Stati Uniti, due guerre che hanno reso gli americani, anche i più ferventi sostenitori del condottiero George W., inevitabilmente tristi. Ma la conseguenza più grave è stata senz’altro la rielezione del suddetto, evento destabilizzante e vero colpo gobbo da parte di chi vuole distruggere il grande Satana.
L’importante è fare qualcosa e Hollywood non ha perso tempo, ingaggiando immediatamente un regista premio Oscar, Gavin Hood, che con Tsotsi aveva scosso le coscienze del mondo intero, e facendogli raccontare una storia di mala protezione da parte del governo nei confronti del cittadino.
Rendition è un film pieno di sfumature da cogliere con attenzione. La storia di questo povero ingegnere da 200.000 dollari l’anno di stipendio che viene accusato di complicità con una cellula terrorista medio orientale e per questo deportato, torturato e umiliato, non è così limpida come sembra.

Il signor Anwar El-Ibrahimi, infatti, non è cittadino americano: è un egiziano con la carta verde, marito felice di una WASP. Se può sposare le nostre donne, potrebbe anche sposare il nostro paese: perché non lo ha fatto? Il torturatore non è americano (questi fa solo da osservatore), ma un medio orientale oltretutto molto arrabbiato perché la figlia è scappata di casa, quindi giustificabile nei suoi esecrabili comportamenti per il desiderio di proteggere la sua famiglia, istituzione sacra. Le posizioni delle figure istituzionali coinvolte sono ambigue e contrastanti, in questo modo si evita di dare punti di riferimento precisi. E comunque, cosa più importante, la stampa libera denuncerà questo sopruso riportando tutto alla normalità, fermo restando che in un regime di guerra permanente si possono commettere degli errori per proteggere la libertà.
Insomma, denuncia sì, ma con calma, e comunque l’eroe salvatore è ovviamente un giovane agente che si assume la responsabilità di ricordare al mondo che l’America è la culla della civiltà, con uomini capaci di porre rimedio ai loro errori.
"Rendition" è un prodotto costruito per indignare e far riflettere all’interno di una serie di paletti che delimitano il recinto di ciò che è lecito far pensare al mercato di massa cinematografico. Non troppo diverso in questo da In the Valley of Elah e per la stessa ragione non molto più interessante, interpretato con calcolato sdegno da qualche premio Oscar (Meryl Streep, Reese Witherspoon, Alan Arkin) e da un futuro vincitore (Jake Gyllenhall).
Chi perde è senz’altro il cinema, sebbene il film cerchi di salvarsi con una struttura temporale tanto audace quanto telefonata. Ma d’altronde, il buon Gavin Hood è già pronto a partire con il suo giocattolone da 200 milioni di dollari (Wolverine, per la cronaca), quindi meglio non farsi cattiva pubblicità con storie troppo intricate e denunce troppo pesanti.
Va bene così, in nome della libertà.

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