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  • Il gladiatore
di Alessandro De Simone


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La rinascita di un uomo parte sempre dalle grandi difficoltà di fronte a cui si trova. Credo sia stata questa la molla in più che ha spinto Ridley Scott ad accettare di dirigere Il gladiatore. Dopo alcuni film che non hanno sortito l'effetto voluto come Soldato Jane e Albatross (questo mal compreso da buona parte del pubblico e della critica), Scott Sr. aveva bisogno di una vera e propria resurrezione, come il generale Massimo spogliato degli onori, degli amici e della famiglia. Una questione d'onore, un elemento che è sempre stato alla base del cinema di Ridley Scott, sin dal suo esordio con I Duellanti e che è stato un filo conduttore in tutti i suoi film, da Blade Runner a Black Rain, solo per citare alcuni titoli. Maximus in battaglia ha la stessa espressione fiera di Rutger Hauer, ha lo stesso senso della famiglia di Tom Berenger in Chi protegge il testimone e la voglia di vendetta, giustizia e calma di Ripley in Alien. Tutto questo ha fatto de "Il gladiatore" un film a tutti gli effetti di Ridley Scott che in più ha messo di suo tutto quel talento visivo che lo ha portato ad essere considerato uno dei più grandi registi degli ultimi vent'anni. Eppure questa sua facilità con la macchina da presa, la sua raffinata estetica lo hanno portato a non sviluppare quanto dovuto molti lati del suo cinema che restano incompiuti. Già le riflessioni sull'onore del guerriero lo avrebbero portato, se sviluppate con maggiore estremismo, a potersi confrontare con un grande soldato della celluloide come John Milius, ma comunque ci si trova sempre di fronte a conflitti irrisolti, sentimenti inespressi o azioni interrotte, magari per il gusto di un bello scorcio. Il gladiatore è anche questo, vista la particolare attenzione data alle ricostruzioni digitali dell'antica Roma, ma proprio nella sua incompletezza autoriale, mischiata alla perfezione tecnica e alle eccellenti interpretazioni degli attori tutti, sta il fascino di un film che unisce il gusto dell'antico e le possibilità del futuro, di una violenza arcaica e liberatoria, spiritualmente catartico nell'inaspettato finale. Russell Crowe si consacra come una delle star del prossimo decennio con questo personaggio che resterà a lungo nell'immaginario cinematografico, mentre Joaquin Phoenix tratteggia un imperatore pazzo e codardo quanto basta per non odiarlo proprio fino alla morte. E in questo tripudio di sangue, fango, sudore, ricordiamo che un vero gladiatore è caduto nella sua ultima uscita nell'arena, uscendone comunque vincitore e accompagnato dal lungo applauso della folla che non dimentica chi l'ha fatta divertire, piangere ed emozionare. Un ultimo addio a Oliver Reed anche dalla redazione di Alphabetcity.

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