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  • L'inglese
di Alessandro De Simone


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La tendenza 1999 del cinema americano è stata il tornare al passato glorioso della Hollywood degli anni '70, prendendone alcuni temi, rivisitandone lo stile, anche con l'aiuto di chi del cinema di quegli anni fu un protagonista. Un esempio per tutti è quello di American Beauty, il cui direttore della fotografia, Conrad Hall, contribuì a rendere immortali tanti momenti cinematografici di quegli anni.

Per Steven Soderbergh non dev'essere stato difficile tornare al tempo perduto, visto che proprio del tempo è sempre stato padrone, fautore e decrittatore, sin dal suo vittorioso esordio cannense di Sesso, bugie e videotape. Con L'inglese (ancora a Cannes '99 fuori concorso) Soderbergh mette un altro tassello a questa sua personale interpretazione dello spazio e del tempo, aggiungendo l'ulteriore variabile di traslare anche i corpi in quest'altra dimensione.

Terence Stamp è Wilson, un ex galeotto in viaggio a Los Angeles per fare luce sulla morte della figlia trovata uccisa, un'indagine che lo mette ben presto sulle tracce del responsabile, così da poter compiere la sua vendetta. Wilson è un reale personaggio di fantasia, lo abbiamo già visto in un altro tempo nel suo spazio precedente, quello di Poor Cow di Ken Loach, ora lo ritroviamo 30 anni dopo, invecchiato e segnato dalla vita. Se la dovrà vedere con un uomo che ha il viso di Peter Fonda, 30 anni dopo Easy Rider, resuscitato, ricco ed arrogante, con una guardia del corpo come Barry Newman, miracolosamente salvatosi dall'incidente finale di Punto Zero.

Come sempre un film fuori dagli schemi per Soderbergh, coraggioso e quasi sperimentale nella sua struttura, non estremo come Schizopolis, dove il passaggio tra le due dimensioni provocava corto circuiti anche linguistici, meno noir di Torbide Ossessioni e Gray's Anatomy, privo dello humor di Out of Sight, sottrazioni che fanno de "L'inglese" un film essenziale e durissimo, ancora di più perchè spesso la violenza viene mostrata in secondo piano, così da dare allo spettatore un'ipotetica scelta, costringendolo a confrontarsi con un sadismo voyeristico incosciamente sopito.

La presenza di volti che hanno caratterizzato un'epoca andata (ricordiamo anche Lesley Ann Warren e Joe Dallessandro, attore feticcio del cinema di Andy Warhol e soprattutto quella delle rughe che li solcano mette in contatto in maniera quanto mai fisica gli universi di Soderbergh, qui non ipotetici e visionari, ma tangibili in un controllato mondo di sogno ad occhi semi-chiusi non sbarrati, in cui la mente gioca a rincorrersi tra l'inizio e la fine di un viaggio.

Soderbergh torna volentieri alla sua indipendenza mentale, prima che produttiva, scrollandosi di dosso il glamour sporco di Elmore Leonard e costruendo un film di grande rigore stilistico e soprattutto massima coerenza autoriale, proseguendo i suoi discorsi e facendo loro prendere nuove strade che non si perderanno, perchè arriveranno sempre da qualche parte, in qualche momento.

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