
Vi siete mai domandati cosa sia davvero la cattiveria? Il sentirsi felici o addirittura realizzati al pensiero che qualcuno soffre, meglio se a causa propria. Fino a che punto questo concetto può esistere nell'animo umano?
Jeaume Balaguerò, nella sua opera prima, è riuscito in poche immagini di una veloce, inquietante sequenza finale a condensare l'essenza pura della crudeltà, della perversione nel segno del male allo scopo di dare pena e sofferenza. Portando sul grande schermo il romanzo "The Nameless" di Ramsey Campbell, il regista ci racconta l'inquietante travaglio interiore di una madre alla ricerca della figlia scomparsa cinque anni prima e ritenuta ormai morta. Ma una telefonata sconvolge la sua già disperata vita: la ragazza è viva e la chiama chiedendole di andare a prenderla. Inizia così una disperata ricerca, con l'aiuto di un giovane poliziotto, che porterà la donna a scoprire l'orrore, la filosofia del male più puro in una congrega segreta che ha abbracciato i secoli sotto le sue ali, che rifiuta il proprio nome e mira a raggiungere l'astrazione più totale e insieme la personificazione nel segno del male.
Anche i cattivi hanno i loro santi, persone che agiscono per potare dolore anziché carità. Con gli occhi disperati della madre percorriamo vie ed esploriamo case in maniera quasi allucinata, troviamo oggetti, indizi, scopriamo pesanti misteri in uno scenario di pianto e paura, in un clima di oscurità senza possibilità di uscita, con ostinata speranza laddove nessuna luce viene in aiuto. L'atmosfera inquietante è creata dall'ottima fotografia metallica e cupa, dagli scenari di una città abbandonata da qualsiasi razionalità, dalla brava protagonista che regala una figura materna assoluta, sconsolata, che non riesce a rassegnarsi ed è mossa dalla passionalità, seguendo una voce incerta che potrebbe essere di chiunque, ma che lei sa appartenere a sua figlia. Una rappresentazione di donna totale, un carattere disegnato a linee forti, un istinto che agisce senza razionalizzare. Il male la consuma dentro, la prosciuga interiormente, come un cancro che la divora dal profondo, come una forza che la uccide mentre ancora respira. Lo spettatore è preso per mano e portato con lei, catturato dalle immagini e incuriosito dai misteri e il ritmo cadenzato e ossessivo dell'intera pellicola toglie l'aria anche a lui. Misuratamente e gradualmente la perversione viene svelata, dispensata a piccole dosi e quando ci si rende conto di essere coinvolti in un discorso tutt'altro che facile da capire è troppo tardi.
Non c'è molto sangue, non ci sono sparatorie o improvvisi sobbalzi; la vista e la ragione sono sconvolti da altro, dall'ignoto che lentamente si rivela, dal peso che la protagonista è chiamata a sopportare, dalla sua sofferenza. Perché la paura è nel quotidiano e questa storia non è poi così incredibile: il dolore è vero orrore che tutti, prima o poi, in qualche misura, siamo chiamati a sopportare.
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