Si conclude la trilogia dedicata all’agente segreto più tormentato della nostra epoca. Una sceneggiatura solida degna della formula della quadratura del cerchio

La storia di Jason Bourne è sempre stata una escalation. Provate oggi a dedicare un pomeriggio alla “maratona”: inserite nel vostro lettore DVD
The Bourne Identity e
The Bourne Supremacy, uno di fila all’altro. Poi, di sera, andate al cinema a vedere questo rocambolesco
The Bourne Ultimatum. Io ho fatto qualcosa di simile (il terzo l’ho visto il giorno successivo) e alla fine ero a dir poco addicted.
Realizzato con molti meno soldi e quasi intimista il primo, salto deciso nel campo del blockbuster il secondo. Tra i due passa un abisso produttivo ed economico che è evidente già dalla prima inquadratura. E anche il ritmo si fa più serrato, la vicenda scorre veloce, la sensazione di pericolo diventa pressante. Fino a culminare con il terzo capitolo: un giro lunghissimo sulle montagne russe.
Perché sarà pur vero che le storie di agenti segreti – da James Bond a Ethan Hunt, da Austin Powers a Bianca e Bernie – sono pensate proprio per farci divertire in mezzo a sparatorie, colluttazioni, salti, esplosioni e improbabili sopravvivenze a incidenti estremi, ma è anche vero che a guardare questi film, ammettiamo, ci divertiamo da matti. E Bourne è speciale, è diverso, è uno che si ribella al sistema che lo ha creato utilizzato i mezzi del sistema stesso. Jason è la scheggia impazzita, la falla nel meccanismo, l’errore nella Matrix. Per questo ai suoi fan piace di più. Se poi il franchise avrà il buon senso di fermarsi, di lasciare che i capitoli siano tre, equilibrati alla perfezione come sono, sarà anche meglio.
No, davvero non vogliamo che Bourne abbia più faccie di Big Jim, come accade con James “007” Bond, a noi piace che sia Matt Damon a dargli il volto e il fisico – e che fisico! Matt Damon, quello sbeffeggiato in
Team America, quello che a volte, alle conferenze, ha la stessa espressione di una triglia lessa. Quello che zitto zitto ti vince un Oscar per la Miglior Sceneggiatura, che se hai la fortuna di parlarci ti tira fuori perle speciali, quello che, senza spararsi troppe pose sui tappeti rossi, nel personaggio ci entra davvero.
E questo "The Bourne Ultimatum" è davvero bello, non c’è molto da dire. La sceneggiatura è solida, il cerchio si chiude laddove era stato lasciato aperto. L’intreccio non si snoda a partire dalla fine del secondo film della saga, ma si incastona in esso in più punti – e perdonate il termine da gioielliere, ma è proprio quello che fa. E alla fine non rimane solo il divertimento con le ginocchia che tremolano per il giro sulle montagne russe di cui sopra. Resta pure un senso di soddisfazione e una frenesia da fan club. Jason Bourne ci piace. La spia ribelle. Con forza, astuzia, velocità, conoscenze incredibili, padronanza di lingue e tecniche di combattimento. E potere. E assoluta libertà di essere chi cavolo gli pare.
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