Sotto le bombe o in uno studio con tutti gli optional? Riflessioni sullo stato dell’arte nell’era della comodità.

Partiamo da Barcellona, perché proprio una corposa (anche troppo a dire il vero) mostra ospitata dal Museo d’arte contemporanea della capitale della Catalogna mi spinge a farvi perdere tempo nel leggere questa pagina.
“Sota la bomba!”, questo il titolo della mostra, la cui interessante tesi è quella di dimostrare che la Seconda Guerra Mondiale ha spostato non solo l’asse del mondo politico ed economico a favore degli Stati Uniti, ma anche quello artistico. Il movimento straordinario che aveva visto Parigi come ombelico delle arti nei primi trent’anni del Ventesimo Secolo era stato completamente annientato dall’occupazione nazista e dalle conseguenti preoccupazioni a liberarsi dal giogo di Hitler. Nel frattempo, gli Stati Uniti uscivano dalla grande Depressione e, proprio grazie alla tranquillità di cui godevano almeno sul suolo patrio e, ovviamente, al fatto che quella americana fosse l’unica grande economia mondiale non annientata dalla guerra, artisti e intellettuali statunitensi potevano permettersi di scrivere, inventare, congetturare e dipingere senza doversi preoccupare di essere deportati o bombardati. Tutto questo processo viene raccontato attraverso moltissime opere, da Picasso a Rothko passando per un’infinità di altri, e anche grazie a un ricchissimo supporto editoriale e multimediale che ripercorre i dieci anni successivi alla fine della guerra, sia attraverso gli avvenimenti che si susseguivano frenetici da entrambe le parti dell’oceano che attraverso la critica d’arte, desiderosa di recuperare il tempo perduto.
La pace creativa ha permesso, nell’immediato dopoguerra, il sorpasso da parte della nouvelle vague pittorica statunitense ai danni degli stanchi frequentatori della Ville Lumiere, desiderosi di reagire, ma più preoccupati di dare il loro contributo alla lotta politica e alla ricostruzione, indirizzandovi anche la loro ispirazione.
Problemi quanto mai lontani per Robert Motherwell e Jackson Pollock, che tra il 1946 e il 1956 possono tranquillamente essere considerati i grandi innovatori dell’arte pittorica. È vero che, per esempio, Pollock non godeva inizialmente di una grande tranquillità economica, ma il problema durò poco grazie alle attenzioni di Peggy Guggenheim e al suo illuminato mecenatismo.
Insomma, in seguito alla quiete goduta durante la più terribile delle tragedie, una nazione artisticamente senza passato aveva raggiunto la supremazia mondiale.
E oggi? Qual è la condizione necessaria e sufficiente nell’epoca del cellulare, dei plasma, dei navigatori e di tutti gli altri aggeggi che ci facilitano la vita per poter creare qualcosa di realmente valido e ispirato?
Tralasciamo per il momento i movimenti più universalmente riconosciuti come arte, ovvero la pittura e la scultura, e pensiamo invece a forme più popolari come il cinema e la letteratura. La crisi del cinema italiano non potrebbe essere colpa dell’inflazione galoppante e le nuove leve impossibilitate a scrivere qualcosa di nuovo a causa della precarietà derivante dalla legge Biagi? Forse è più di un’ipotesi, visto che nella maggior parte dei casi ci toccano storie di alto borghesi che si struggono perché mettono le corna al partner. Allora ben venga il sano cinema di genere, commedie, gialli o horror che siano, cinema popolare che nasce dalla necessità di raccontare qualcosa di universale e che piaccia a un pubblico in cerca di svago.
Una situazione simile la troviamo anche analizzando le classifiche di vendita del mercato editoriale. Negli ultimi anni ha trionfato il genere, sentimentale da una parte con gli instant lucchetti di Moccia, dall’altra il giallo e il thriller, grazie soprattutto all’exploit di un personaggio noto e rassicurante per il grande pubblico come Giorgio Faletti. Entrambi, con le debite proporzioni, non riescono però a produrre niente più che opere che non si allontanano dall’aurea (per Faletti) mediocrità o dalla mediocrità e basta. Se dovessimo però pensare in questo momento a una personalità di spicco del mondo intellettuale e letterario, ci troveremmo in grave imbarazzo.
Ma sono sempre i tempi che cambiano: la creazione artistica non è più una necessità, una questione di vita o di morte, ma qualcosa che assomiglia molto a un mestiere. Cresce però il desiderio di emozioni da parte di chi l’arte la fruisce solamente, un bisogno, questo sì, che nasce dal deficit quotidiano di tranquillità.
Quindi la questione in realtà non cambia: è la mancanza di equilibrio e stabilità a decidere la qualità della creazione artistica? Se così fosse, allora l’esercizio della critica potrebbe diventare un importante strumento di analisi socio-politica.
Anche se l’Italia salvata da Mereghetti sarebbe un film davvero straordinario…
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