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  • Lo spaccacuori
di Ilario Pieri


I Farrelly Bros tornano al cinema con una commedia piena di interrogativi preoccupanti, lasciando a casa gli umori corporali alla Scemo e più scemo

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C’erano una volta un principe e due principesse: il principe (per niente azzurro, anzi con una sfortuna quasi nera in fatto di ricerca della donna ideale) si invaghisce della bionda principessa con occhioni da fata; le cose vanno bene, fino quando al principe cade lo sguardo sulla principessa bruna e la storia riprende da dove la si era lasciata. Senza un vero finale, con una serie di interrogativi preoccupanti sul concetto di unione, matrimonio, legame e (in)fedeltà, i fratelli terribili tornano al cinema con una nuova pellicola. Stavolta ci mettono la faccia sul serio arrogandosi il diritto di plasmare il testo di uno delle più brillanti penne umoristiche di sempre (Neil Simon, il quale aveva già firmato il copione de Il rompicuori del 1972 diretto da Elaine May) nella solita favola matta sui sentimenti. Contando meno su un certo stile anarchico e giocando con i generi (la sana commedia degli equivoci e l’amato slapstick), Lo spaccacuori segna il ritorno di Ben Stiller accompagnato dalla bella Malin Akerman e l’altrettanto affascinante Michelle Monaghan. La formula è sempre la stessa, anche se qui manca un po' della consueta ferocia che aveva fatto conoscere al pubblico i due cineasti americani con il grande successo di Tutti pazzi per Mary, grazie anche al formidabile trio Diaz, Dillon e lo stesso Stiller.

Tornano a sorridere i felici perdenti e tornano a riempire lo schermo esseri diversi, menomati, con più di qualche problema fisico e mentale sebbene guidati da una grande passione per la vita. In fondo l’opera dei Farrelly è un omaggio poltically uncorrect nei confronti del patinato universo fiabesco; come non pensare ad Amore a prima svista, dove il buffo Jack Black perdeva la testa per una non proprio avvenente Gwyneth Paltrow, a causa di una specie di incantesimo, o distogliere lo sguardo dalla doppia maledizione dello schizofrenico Carrey tradito da un nano e costretto a convivere con la sua doppia personalità in Io me e Irene? Accadono quasi le stesse cose in questa divertente girandola di qui pro quo con appunto un principe convinto di aver fatto la scelta giusta che in realtà si rivelerà essere la peggiore. La principessa (bionda) infatti comincerà ad assumere a poco a poco le sembianze di una strega e la bellezza intesa nell’accezione classica dell’apparire (uno status symbol negli USA) cederà il passo alla mostruosità. Peter e Bobby Farrelly insomma dimostrano di saper fare del cinema spassoso senza dare libero sfogo ai propri istinti più bassi e irriverenti. Il film ricorda molto più da vicino L’amore in gioco o Fratelli per la pelle anziché Scemo e più scemo. Ci sono momenti in cui si ride di gran gusto, basti pensare a tutti i siparietti con la Mariachi band (la mente non può non far capolino a I tre amigos di John Landis).

Sorretto da una bella colonna sonora nella quale troneggiano molti brani di David Bowie (idolo del protagonista) e da una sceneggiatura scritta a più mani (forse troppe), Lo spaccacuori assolve il compito di intrattenere lo spettatore gettando non poche riflessioni su alcune fisime e abitudini della popolazione statunitense; stavolta però la risata è molo più limpida, solare, non vi è traccia di ghigni mefistofelici presenti in gran parte delle pellicole dei Rhode Isalnd Bros.

Poco male: probabilmente il futuro riserverà loro non poche sorprese all’insegna di un cinema della sperimentazione pura (si ricordi fra gli altri il curiosissimo Osmosis Jones in bilico fra attori in carne e ossa e disegni animati) e della magia impalpabile dei sogni, come si stesse osservando la realtà con occhi quasi chiusi.

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