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  • Intervista a Shari Springer Berman e Robert Pulcini
di Alessandro De Simone


"Il diario di una tata" è stato presentato a Venezia 2007 e noi proprio in Laguna abbiamo incontrato la splendida coppia di registi

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Cominciamo dalla sceneggiatura: avete cambiato qualcosa nella sceneggiatura per ammorbidirla un po'?
R.P.: Pensavamo entrambi che Il diario di una tata fosse un ottimo film da girare con uno studio, perché non vive esclusivamente di un’idea di base, ma si tratta di un film molto popolare, come il romanzo da cui è tratto e il suo look generale. Per come vediamo il film Shari e io, dentro c’è comunque una denuncia sociale, quella delle donne in qualche modo costrette a navigare nel mondo nel lavoro, e allo stesso tempo c’erano delle potenzialità visive che ci interessavano molto, come i quadri in stile museo di storia naturale e gli inserti alla Mary Poppins che comunque funzionano anche per un pubblico più vasto. Quindi in qualche modo ci si poteva incontrare con le esigenze degli studios.
S.S.: Quando abbiamo girato American Splendor o uno qualunque dei nostri documentari non abbiamo mai dovuto scendere a patti con le indicazioni dei test screening, cosa invece normale quando fai un film a Hollywood. E che lo si voglia o no, si deve tenere conto delle indicazioni che ti danno queste persone assolutamente normali che rappresentano il pubblico, perché gli studios fanno film per fare soldi, quindi bisogna rispettare anche il loro punto di vista. Quando fai un film di queste dimensioni devi rispettare tutti questi fattori, ma sempre rispettando la tua creatività.

Lo studio pensava che questo sarebbe stato un film per famiglie oppure era consapevole che ci sarebbe stata una critica alla società americana?
R.P.: Noi abbiamo una nostra sensibilità come cineasti, credo che Harvey Weinstein ne fosse consapevole e che apprezzasse quello che siamo, con i nostri toni agrodolci che mischiano risate e dramma sociale in una maniera molto leggera, tanto che molte critiche al film vertono proprio su questo, ovvero che non si tratta né di una commedia da morire dal ridere, né di un dramma a tinte forti. Ma questo è quello che siamo come cineasti.

Il diario di una tata è un altro capitolo di quello che potremmo chiamare il “New New York State of Mind”, nato dal grande successo della letteratura al femminile di questi ultimi, genere che molti deifniscono leggero, ma che in molti casi critica la difficile realtà dell’essere donna nella società americana odierna…
R.P.:Credo che qualunque tipo di movimento letterario sia degno d’interesse. In questo caso, film come Il diavolo veste Prada o In Her Shoes hanno creato un genere molto specifico con un pubblico altrettanto specifico, comunque edulcorando la realtà, rendendo tutto più pulito e colorato. Ma queste cose non nascondono quello che è più rilevante, ovvero che c’è una questione sociale molto forte dietro che riguarda quanto le donne siano costrette a lottare per raggiungere determinati obiettivi.
S.S.: Oltre ciò, credo che sia comunque fantastico sapere che le persone leggono, indipendentemente da cosa.

Certamente in molti vi hanno chiesto com’è lavorare insieme. La domanda in questo caso è: chi urla “azione” sul set?
R.P.: Nessuno dei due, in realtà.
S.S.: Lo facciamo gridare al nostro primogenito

Litigate? Sul set o a casa?

S.S.: A casa certo!
R.P.: Sempre, ovunque!
S.S. Sul set cerchiamo di evitarlo, perché sappiamo che non gioverebbe all’atmosfera, cerchiamo di farlo in privato.
R.P.: Rimandiamo tutto in sala montaggio.
S.S.: Sì, esatto, è Robert a occuparsi del montaggio dei nostri film e in quel caso io sono il regista a tutti gli effetti e allora discutiamo sul serio. Credo di averlo licenziato praticamente in ogni film.

E ci sono degli effetti collaterali, che so, non andate a cena dalla suocera la domenica o altre terribili vendette di questo tipo…
R.P.: Ormai lavoriamo e stiamo insieme da così tempo che abbiamo imparato a gettarci queste cose alle spalle senza problemi, è normale per noi.
S.S.: La grande forza del nostro matrimonio e della nostra collaborazione sta proprio in questo, nel riuscire a dividere perfettamente le due cose, cosa che spesso non avviene in rapporti più normali del nostro in cui le due parti della coppia fanno lavori diversi. In questo ci aiuta molto anche essere diventati genitori. Per nostro figlio a casa siamo mamma e papà e questa è la cosa più importante.

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