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di Daniele Federico


La tua ragazza non ti ha ancora chiesto di vedere le fotografie della prima comunione? Potresti sempre pubblicarle sul web

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Se provo a immaginare i lettori di Alphabet City (sempre più numerosi, lo dico con una punta di orgoglio) immagino due tipologie: ci sono quelli che hanno vissuto un mondo senza cellulari, senza internet e senza tante altre cose; poi ci sono quelli (più giovani) che vivono senza gli album di fotografia, senza l'attesa dello sviluppo dal fotografo, senza quei particolari riti come il doversi preoccupare di comprare i rullini, caricarli e scattare fotografie acefale.

ImmagineC'è chi ha giustamente notato che se le fotografia è nata per ricordarci i momenti passati della nostra esistenza è anche giusto ricordarsi di loro, di tutte quelle immaginine sbiadite finite nei cassetti vicini al servizio della sala, “quello buono”.
Qui non si parla di servizi di moda o di scioccanti reportage di guerra, qui si parla dei cari album di famiglia.

Square America è un sito dove troviamo un archivio di numerosissime immagini catalogate in maniera del tutto originale e appropriata, sezioni come: “In the Boot”, ovvero una sequenza di istantanee da cabina automatica (per intenderci, le fototessere perdute de Il favoloso mondo di Amélie); “The book of sleep” che offre una moltitudine di immagini di gente che dorme (chi di voi non ha immortalato gli amici ronfanti?); “The party”, cioè la serie dedicata ai party degli anni 60/primi 70; e poi c'è la serie “Square America”, da cui prende il nome il sito, costituita da una serie di scatti quadrati (tipici del mitico formato Polaroid).
Square America è un sito che non solo offre una storia per immagini e di informazioni non mediate sulla vita dei decenni passati, ma dichiara di voler dare la giusta importanza a tutte queste immagini troppo spesso ignorate dalle gallerie d’arte (anche se questo non sempre è vero).

Ormai è facile dire che le tecnologie cambiano il mondo più velocemente della capacità di reazione della società. E allora proviamo a fare il punto della situazione, individuando tre fasi storiche.
Quando non c’era la tecnica fotografica i ritratti erano per pochissimi, per chi si poteva pagare un pittore: ciò significa che praticamente nessuno aveva la possibilità di vedere la sua faccia da bambino, né i suoi avi, né i parenti scomparsi, ma neppure vedere com’era il mondo che lo aveva preceduto: la memoria autobiografica era un magma sempre in evoluzione, legato ai racconti e ai ricordi.
Poi la seconda fase: Marx divenne maggiorenne l’anno in cui fu inventata la macchina fotografica e, non a caso, la diffussione del mezzo si ebbe di pari passo all’ascesa della borghesia. Di qui in poi si ha un cambiamento epocale: lo sguardo si allarga sempre più nel tempo (passato) e nello spazio (le fotografie di posti e persone lontani), in particolare, da questo momento in avanti, ciascuno di noi può farsi un’idea ben precisa della faccia che avevano i propri genitori a vent’anni. Tutto questo, al di là del suo lato romantico, ha inciso profondamente nella nostra memoria autobiografica e sul modo di percepire noi stessi come individui e come società; l’identità, forse ciò che abbiamo di più caro, è costruita dai ricordi dalla memoria, le fotografie offrono un supporto tangibile e perfettamente condivisibile a questa nostra memoria. Siamo o no nella share-age?

ImmagineOggi c’è quello che a mio avviso costituisce il terzo capitolo di questo processo, siamo in piena fase bulimica di immagini: fotocamere compatte digitali, pubblicità, film che ricostruiscono qualsiasi periodo passato e futuro, vediamo oltre la nostra immaginazione. Se c’è stato un momento in cui le immagini ci hanno schiarito le idee, ora forse le confondono e ci fanno credere tutto e il contrario di tutto (i reperti fotografici non costituiscono più prove inconfutabili nei processi giuridici). Dunque non si tratta di andare a favore o contro questo processo, bensì di sviluppare una capacità che stiamo tutti, più meno consapevolmente, sviluppando (i bambini hanno molto da insegnare), cioè quella di capire quali fonti trovare, come muoversi nel magma dei flussi d’informazione e, più di ogni altra cosa, considerare le immagini come potentissimi mezzi di comunicazione, dedicare loro la giusta attenzione e imparare a leggerle, proprio come si fa con le parole.

Niente paura: i cambiamenti fanno un po’ paura all’inizio, poi ci si fa l’abitudine.

www.squareamerica.com

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