Il crocevia di vita e morte che popola i corridoi ospedalieri. Con intelligente ironia

Ammettiamolo: ci voleva proprio un telefilm come
Scrubs.
Da quando l’attenzione dei mass media si è concentrata sulla categoria ospedaliera, è fioccata una serie televisiva dopo l’altra e la TV ci ha somministrato, quasi fino all’indigestione, questi “hospital-dramas”, novelle soap opera che sommano i drammi personali a quelli clinici. Da
E.R. a
Grey’s Anatomy, questi telefilm “scavicchiano” nei meandri più angusti della medicina, fomentando quella che sembra diventata quasi una mania feticista per sangue, organi, bisturi, con qualche strizzata d’occhio (perché no?) anche alla sessualità nascosta sotto il camice.
E quando Scrubs ha esordito, nel “lontano” 2001, abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Un prodotto che trova la sua forza non tanto e non solo nelle vivaci e sagaci schermaglie comiche, nella scelta di interpreti azzeccati e di una colonna sonora accattivante. Scrubs è molto più di questo e, grattando la superficie di un divertimento comunque mai scontato, scoviamo tanti pretesti per portare sul piccolo schermo un approccio diverso al genere, che abbina all’ineluttabile dramma che spesso accompagna la quotidianità di un ospedale, la vitalità dell’esistenza. Perché per parlare di temi del genere ci vuole anche un po’ di “sano” umorismo.
Questo è Scrubs: un geniale cocktail di morte-vita, dramma-gioia... come è poi la vita vera, perennemente avviluppata a un intreccio duale, quasi schizofrenico, che alterna le più svariate gamme cromatiche - opposte eppure complementari - dell’essenza, terrena e spirituale. Un mix spumeggiante che ci regala risate e sorrisi “terapeutici” nella delicatezza dell’argomento, esorcizzandolo.
Zach Braff è il brillante interprete principale, attorno al quale si incuneano le vicende di un caotico e chiassoso microcosmo in camice popolato da eccentrici personaggi. Attraverso gli occhi fantasiosi e fanciulleschi di John “JD” Dorian, promettente neo-dottore alle prese con dubbi etici, morali e personali che una professione di cotanta responsabilità prevede, possiamo così entrare in un mondo tanto concreto quanto trasognato. Le scanzonate trovate umoristiche, che cadenzano con ritmo brioso e serrato il tempo assai più frenetico del Sacro Cuore, si intrecciano così, in maniera del tutto fluente, alle tematiche di forte pregnanza drammatica e riflessiva. La voce fuori campo di JD (che ci accompagna durante gli episodi, attraverso le vicende che lo vedono protagonista o spettatore) ricava riflessioni mai banali, tramutando anche i pretesti più goliardicamente buffi o bizzarri in esperienze di spessore.
Questo telefilm ingegnoso e spigliato, ormai giunto negli USA alla settima stagione, ha superato l’arduo ostacolo di trovare sempre nuovi e originali spunti per reinventarsi (stupendoci ogni volta con folgoranti trovate), riuscendo a scovare l’energia per migliorarsi qualitativamente, senza perdere un colpo. E il contenuto della trama, da un episodio all’altro, si è evoluto durante le varie stagioni in perfetta simbiosi con le vicende dei protagonisti: lo spessore dei personaggi di questa vivace e caotica “banda”, eterogenea ed esilarante, si è sviluppato, rendendo più fitto il reticolo di sfumature caratteriali, di esperienze e relazioni affettive e lavorative, accompagnando il crescendo di maturazione dei “nostri” medici in erba.
Seguendo la spirale evolutiva, le “iniziazioni” emotive e professionali dei giovani protagonisti, troviamo tanta verità. Le comuni insicurezze, i dubbi lancinanti e a volte anche le rinunce che implica un salto, senza paracadute o certezza alcuna, nel mondo “dei grandi”. Il bisogno di trovare dei punti di riferimento a cui aggrapparsi, di attaccarsi agli affetti, mentre si cerca di capire che tipo di persone si vuole diventare (e si sta diventando).
Il mondo di J.D., sempre in bilico tra la concretezza e i sogni, è più “vero” di tanti lacrimoni stantii. In fondo avremmo tutti bisogno, a volte, di inclinare la testa, volgere lo sguardo all’orizzonte e sognare ad occhi aperti.
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