Con il suo rigore stilistico, David Cronenberg porta ancora una volta sullo schermo la ferocia e la brutalità come valvole di sfogo e di catarsi

Diventa sempre meno rilevante riassumere le trame delle pellicole di David Cronenberg. Dismessi i destabilizzanti strumenti del meló con i quali ha operato nella quasi totalità della produzione degli anni Ottanta, il regista canadese dirige, da
Crash in poi, con l’attitudine secca, lucida e inesorabile del noir: impeccabili, millimetrici dispositivi narrativi, scorciati da ogni digressione e circoscritti su un unico, asfittico, claustrofobico fulcro d’azione.
La Promessa dell’Assassino, incentrato sulle vicissitudini di Anna, un’ostetrica che intraprende la ricerca dei parenti più prossimi del neonato di una giovane prostituta morta in circostanze poco chiare, si presenta con un incipit pretestuoso per avviare, attraverso il topico tema dell’indagine, un’ennesima e implacabile analisi sul corpo biologico-sociale. E che il percorso debba muoversi dalla superficie al profondo e all’infimo, ridefinendo i parametri di partenza, è chiaro sin dai titoli di testa, con quel loro incidersi in un’intricata testura sullo schermo, come dire sull’epidermide del cinema stesso, allo stesso modo dei tatuaggi che disegnano la pelle dei protagonisti. Proprio in questo suo ribaltare e compromettere le categorie di senso esterno-interno, visibile-nascosto, reale-immaginario, il cinema di Cronenberg si scopre intimamente, indissolubilmente horror. Mai come in questo caso infatti, la rititolazione italiana del film risulta fuorviante e riduttiva, azzerando quel coacervo di significati ai quali rimanda l’originale
Eastern Promises che, oltre all’organizzazione malavitosa russa alla quale appartengono i villain, intende suggerire un non-luogo, un’interzona in cui si annida un furore immaginifico capace si sovvertire qualunque schematismo.
Ragguardevole il rigore stilistico con il quale il regista conduce la sua disamina: la freddezza e la cupezza della fotografia del fedele Peter Suschitzky, calano e s’imprimono sull’essenziale decor concepito da Carol Spier, producendo un senso di sospensione straniante in cui si aggirano, come insetti sotto la lente di un entomologo, i protagonisti. L’asettico impianto scenico e l’atmosfera rarefatta e opprimente fungono da camera di decompressione dove palpabile e insopportabile è la resa dell’azione, fino all’erompere della ferocia e della brutalità, valvole di sfogo e veicoli di catarsi.
Il sangue e la violenza inscritti nel genoma del cinema cronenberghiano si fanno mezzi per vagliare l’organismo umano e quello istituzionale, deturpandone la pretesa perfezione e immutabilità, sfregiandone la rispettabilità, svelandone l’ipocrisia morale. Assieme a
A History of Violence, "La Promessa dell’Assassino" accentra tale assunto, rendendolo tanto più cocente, intorno ai nuclei fondanti delle ipocrite certezze intime e collettive, il corpo e la famiglia; e nulla resta indenne, tutto s’infetta e incancrenisce, a meno di non abbandonarsi al potenziale gravido di soluzioni offerto dalla trasformazione onirica, psichica e carnale.
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