Gabriele Salvatores porta al cinema il giallo di formazione di Ammaniti
Sempre più spesso ci si accorge che esiste un movimento culturale in Italia vivo e in eccellente salute, sia che si parli di cinema che di musica che di letteratura. Quando poi tutti questi fattori positivi vanno a confluire in un unico prodotto, ci si trova di fronte a momenti altissimi dell'italica capacità di rendere splendido ciò che già è bellissimo.
Io non ho paura è uno dei migliori romanzi italiani degli ultimi dieci anni, nato dalla penna fantasiosa dell'ex cannibale (non intendo Eddy Merckx) Niccolò Ammaniti. Vincitore del Premio Viareggio Repaci, Io non ho paura non poteva non diventare un film, proprio per il suo già essere altamente cinematografico nella scrittura e non poteva trovare un cantore migliore per il grande schermo di Gabriele Salvatores, regista abituato ai forti contrasti, capace di lavorare negli spazi angusti così come nei larghi orizzonti del suo cinema allo stesso tempo intimista e spettacolare.
Proprio sulle contrapposizioni si basa l'idea cinematografica di Io non ho paura, diviso tra un buco nel muro e la campagna lucana degli anni Settanta, calda solo a guardarla, piena di luce e aria, elementi primari che mancano a Filippo in quello buco nascosto da un laminato, abisso piccolo come il suo nolente abitante e il curioso e fortunato salvatore Michele, capace così di guardare in faccia le sue paure ed estirparle, crescendo e lasciando alle spalle un'infanzia velocemente lontana.
Gabriele Salvatores riesce a rendere tutto questo facendo proprio dell'aria la sua parola d'ordine, arieggiando la narrazione con un montaggio meno rapido rispetto ai suoi standard, capace di raccontare i tempi dilatati di un'estate di bambini, fatta di riti ed azioni quotidiane. La stessa aria che usa nella composizione dell'immagine, con la macchina sempre montata ad altezza bambino per escludere ulteriormente i grandi dalle questioni dei piccoli, una scelta che nasce dal mondo stesso dei bambini, quello dei cartoni animati della Warner Bros in cui le prospettive erano deformate e derivate dall'espressionismo tedesco.
Io non ho paura è un'opera stilisticamente ineccepibile, in cui ogni scelta, ogni movimento, ogni tempo è stato fatto secondo un preciso intento linguistico, anche per questo c'è un maggior controllo da parte di Salvatores nei confronti della sua continua voglia di sperimentare e migliorare il suo essere cineasta. Meno ardimento e per questo maggiore efficacia, riuscendo a far confondere lo sguardo dello spettatore con quello dei suoi piccoli interpreti, tutti davvero straordinari. In più ci sono gli elementi portanti del suo cinema, dal viaggio, qui reiterato, quello di Michele alla prigione di Filippo, all'utlizzo della modernità come elemento di rottura, fino all'ispirazione ai generi classici del cinema americano, dal western al thriller all'horror. E parlando di horror, impossibile non considerare Io non ho paura come un'opera di stampo fortemente kinghiano, in cui l'energia scaturita dalla tensione viene liberata in un pianto di gioia, come succede soltanto quando si riesce a toccare le giuste corde emozionali. Una cosa che non sarebbe stata possibile senza il supporto della fotografia naturalista di Italo Petriccione e delle straordinarie partiture per quartetto d'archi di Ezio Bosso, queste ultime in particolare contrappunto imprescindibile del racconto.
C'è veramente da fare i complimenti a Gabriele Salvatores, senza troppa retorica. Semplicemente siamo di fronte a un bel film. Io non ho paura a dirlo.