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  • A.I.
di Andrea Grieco


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Era inevitabile che, ancor prima dell'uscita di A.I., risme di carta venissero consumate nel tentativo di delucidare la filogenesi dell'opera che, dal lontano 1982, Stanley Kubrick iniziò a sognare di trasporre dal breve racconto di Brian Aldiss, Supertoys che durano tutta l'estate. Altrettanto ineluttabilmente seguiranno le virtuali comparazioni tra quella che sarebbe potuta essere la creatura del defunto maestro e quella realizzata dall'oramai attempato movie brat del cinema hollywoodiano: metodologia secondo la quale, si presume, non saranno in pochi coloro che ne intimeranno il bando, a discapito della sua straordinarietà.
Per noi non v'è dubbio, A.I. è la storia di come mastro Spielberg, regista, abbia fatto di un ammasso di circuiti (il cinema) un bambino che non smette di desiderare la propria mamma (la fonte primigenia), continuando a deragliare dalla strada dei generi per approdare verso le regioni abitate dal mito, o meglio dalla fiaba. Sí, perché la storia del piccolo mecha(nico) David, prodotto dalla Cybertronics Manufacturing con la capacità di esperire il sentimento amoroso e prestato in prova alla famiglia di orga(nici) Swinton, esibisce personaggi e funzioni di cui si sostanzia l'intreccio fiabesco: David, l'eroe, incontrerà diversi antagonisti, sarà abbandonato nell'immancabile bosco e grazie all'aiuto del "donatore magico" Teddy e dell' "aiutante" Gigolo Joe riuscirà a superare la persecuzione a cui è sottoposto raggiungendo, infine, il luogo in cui si trova l'oggetto delle sue ricerche. Struttura archetipica, dipanata lungo una narrazione ipertrofica, generosa, che non vuol saperne di economia; coraggiosa, perché non teme slabbrature, paradossi, cadute e né tanto meno l'ingenuità; energica, perché a tratti decide di inabissarsi in pericolose ellissi per riaffiorare più viva che mai. Peculiarità tutte sublimate da una messa in scena che cerca ovunque superfici rifrangenti, smerigliate, acquose, sempre e comunque tornite da tonalità cupe e opache, in grado di restituire immagini sfaccettate, sfocate, storpiate. Immagini che sfidano lo spettatore con ciò che esse contemporaneamente mostrano e celano, confondono e rivelano; magari dietro, e attraverso un forbito gioco di ottiche si è già risolto il destino di David. Ma a noi necessita perderci nei liquidi occhi di un bambino, giungere con lui fino alle profondità più arcane, dove attendere con infinita speranza che si adempino i nostri più intimi desideri. Fosse anche per un solo giorno, per un solo attimo. Steven Spielberg ci trascina ancora in quelle acque in cui trovano forma le sue ossessioni, ma questa volta cambiandole di segno: la dicotomia uomo/macchina (natura/cultura) verte qui definitivamente, lontano anni luce, dalla possibilità di sperare nella continuità del primo termine, benché l'alternativa -e qui v'è l'alt(r)a potenza del film- non sia risolutiva.

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