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di Adriano Aiello


Un excursus su tutti i film dedicati al killer mascherato Michael Meyers, dal 1978 all'ultimo Halloween - The Beginning

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Di certo l’Halloween di Rob Zombie sarà il primo horror del 2008. Arriva nelle sale italiane il 4 gennaio con colpevole ritardo sull’uscita americana, ma anche sostenuto da una campagna promozionale decisamente battagliera. Una scelta distributiva che celebra il trentennale dell’originale di John Carpenter e che non risparmia i colpi bassi (su tutti alcuni tagli) e un titolo italiano decisamente equivoco: Halloween - The Beginning. Ma perché spacciare ad arte un remake per un prequel? Perché ha incassato quello di Non aprite quella porta? O perché il pubblico non ne può più di vedere scialbi remake di classici horror americani e non solo? Improbabile. La soluzione è più semplice, e risiede nel film stesso. Rob Zombie - che continua a venire abbondantemente sottovalutato nonostante si stia dimostrando uno dei registi dallo sguardo più radicale del panorama americano – consapevole dell’inutilità di un film copia carbone con solo più violenza e più stacchi di montaggio, rimette mano allo script originale e fornisce un volto e un background all’adolescente che diverrà l’icona del male assoluto. Lo spettatore viene così proiettato nel poco edificante mondo del giovane Michael Myers (un bravissimo Daeg Faerch), fino al suo primo omicidio, che nel film di Carpenter era la magistralmente scena di apertura e qui è un rituale di cruda violenza che teorizza l’epica dei uno dei reietti che popolano il cinema di Zombie. Scelta coraggiosa che fa di Halloween – The Beginning un film sorprendentemente riuscito e capace di re-interpretare un classico con passione e intelligenza, alternando una prima parte estremamente personale a una seconda molto più convenzionale, dove l’esplosione di violenza del Myers adulto la fa da padrone. Non impendendo comunque a Zombie di azzardare un finale diverso e fortemente in linea con la sua idea del mondo e del cinema.

ImmagineIl remake di Zombie va a colmare una lacuna qualitativa tanto profonda da rendere sorprendente la longevità e la fidelizzazione di una saga che sostanzialmente, dopo il capolavoro di Carpenter, propose davvero pochi spunti degni di nota. Se infatti altre celebri saghe del periodo come Nightmare e Venerdì 13, cavalcarono la serialità del cinema horror degli ’80 (liberandosi della pesante eredità dell’horror politico e iconoclasta dei ’70) con risultati altalenanti, il calvario qualitativo delle avventure di Micheal Myers è stato inesorabile, progressivo e irreversibile. Halloween nel 1978 getta una pietra tombale sull’horror che lo precede e si fa modello archetipico, ri-defininendo spazi, luoghi e ossessioni del nuovo horror, almeno per quello che verrà definito slasher. E portando in dote a un piano più superficiale la trovata della maschera e a uno più sostanziale una nuova grammatica horror fatta di sapienti modulazioni, soggettive verticose e di un classicismo indomabile che scomparirà totalmente fuori dall’esempio di Carpenter. Ovvio poi che un discorso critico assennato implichi delle distinzioni, ma su Halloween ha pesato un successo così sbalorditivo (55 milioni di dollari ai tempi!) da impedire di fatto un’analisi su precedenti meritevoli come il Black Christmas di Bob Clark o il Reazione a catena di Mario Bava, capolavoro di astrattismo formale cosi visionario e sperimentale da essere troppo in anticipo sui tempi.

Insieme alla trovata della maschera, l’elemento narrativo di maggior successo della saga è stata l’attribuzione di un carattere di astratta immortalità al personaggio di Myers, che incappa in tutti gli stereotipi che tanto irritano il pubblico che maneggia con scarsa ironia ed entusiasmo l’horror (in primis la lentezza del suo incedere quando si tratta di dare il colpo di grazia alla sua vittima più ambita) ma che di fatto giustifica con la sua invulnerabilità la natura seriale delle sue avventure. Michael Myers è il male assoluto! È questa l’opinione del Dottor Loomis (Donald Pleasence che si legò a lungo alla saga e che viene sostituito da un Malcom McDowell fuori ruolo nel remake di Zombie). Basta questa connotazione, affiancata dal desiderio di rivederlo intento a perseguitare la sorellina Laura (Jamie Lee Curtis) a giustificare il finale del film di Carpenter e il conseguente sequel. Sequel del 1981 diretto da Rick Rosenthal che, nonostante sembri quasi un remake, cavalca la freschezza del suo personaggio, mantenendo ancora un proficuo equilibrio tra esigenze di marketing e qualità del prodotto. Curiosa infine la scelta di riprendere la storia nel punto esatto in cui terminò il film originale, quasi a voler esplicitare la serializzazione assoluta della saga. Carpenter da par suo sfrutta lo sfruttabile e firma ancora una volta le musiche ritoccando leggermente il celeberrimo tema musicale originale da lui creato.

ImmagineSono ancora le musiche di Carpenter a fornire l’unico punto di contatto tra l’episodio due e tre della saga. Il signore della notte taglia infatti i ponti con la serializzazione prima citata, non per chissà quale scelta narrativa, ma semplicemente perché non ha nulla a vedere con le avventure di Myers. Abile mossa di marketing per un film, anche discreto, che in realtà racconta di un fabbricante di maschere che decide di metterne in commercio tre tipi - da strega, da zucca e da teschio - che al loro interno hanno un frammento dei monoliti di Stonehenge, che "attivati" dal raggio luminoso di uno spot televisivo, ucciderebbero chi le indossa. Myers ritorna annoiato e imbolsito nel quarto episodio della saga, Il ritorno di Micheal Myers, appunto. Siamo nel 1988 all’inizio del decadimento irreversibile e tutto quello che viene in mente agli sceneggiatori è di fare in modo che a dieci anni dal massacro di Haddonfield, Michael Myers riesca nuovamente a fuggire dalla sorveglianza del dottor Loomis per uccidere la nipotina Jamie, figlia di Laurie Strode. Interessante comunque il finale che ricorda in qualche modo quello del remake di Zombie.

Nonostante la pochezza del film precedente, il nostro torna sugli schermi a solo un anno di distanza con il quinto episodio in cui le congetture del plot si cominciano a fare alquanto deliranti. Jamie è ricoverata nell'ospedale psichiatrico infantile di Haddonfield a causa dei tragici fatti dell’anno prima, mentre Michael, ripresosi da una sorta di coma di un anno, si rimette sulle sue tracce. La simbiosi tra i due personaggi ipotizzata nel film precedente si fa più consistente per via di una trovata di sceneggiatura borderline grazie alla piccola Jamie che ha sviluppato poteri extrasensoriali che la collegano alla mente di Michael, riuscendo a vedere i suoi omicidi. Saranno questa capacità e l’aiuto del solito dottor Loomis a tenerla relativamente al sicuro.

Nel 1996 con il sesto episodio, La maledizione di Michael Myers sembra proprio di essere alla fine di un ciclo. Non tanto per la sostanza del narrato quanto per la morte reale di Donald Pleasence alla fine delle riprese. Myers perde il suo vero controaltare e la saga e il cinema perdono un grande attore, sorprendentemente legato al suo personaggio oltre ogni ipotizzabile aspettativa. Il film da par suo è ai limiti dell’indifendibile e, oltre a mescolare esoterismo di bassa lega con il più scontato del body count, si fa portatore di uno stile visivo gratuito e confusionario di cui bisogna ringraziare il regista Joe Chappelle.

ImmagineLa saga resuscita ancora due anni dopo con un progetto più ambizioso che affianca all’input commerciale la voglia di omaggiare le origini. Halloween - 20 anni dopo segna infatti il ritorno di Jamie Lee Curtis. La sua precedente morte non è un gran problema per gli sceneggiatori, viene anzi usata per vestirle addosso un personaggio molto più cinico. Simulata la dipartita e abbandonata sua figlia per uscire dall’incubo del passato, Laurie Strode si è costruita un nuovo presente come preside di una scuola e madre di un ragazzo che finirà nella festa di Halloween sbagliata. Il resto è ovvio e banale, ma spesso divertente, anche in virtù della regia di Steve Miner, shooter con ottima conoscenza del genere (Venerdì 13 Parte II & III, Lake Placid, Warlock).

Ma la saga agonizza e, prima della prospettiva di un remake, viene prodotto il sequel più indegno del lotto, Halloween Resurrection, nel 2002. Dispiace che Jamie Lee Curtis partecipi a questo ultimo scempio auto-indulgente che segna il ritorno alla regia di Rosenthal alle prese con il tema di internet e del reality show, il cui connubio con l’horror in quegli anni era d’obbligo. Ma è solo un pretesto buttato lì senza uno straccio di pensiero dietro. L’obiettivo è di rivitalizzare un personaggio spremuto fino all’osso, ormai patetico, con un copione idiota che vorrebbe imitare la contemporanea operazione fatta con Jason x. Ma mentre le avventure nello spazio del cugino omicida si dimostrano riuscite e ironiche, Halloween Resurrection scatena il riso involontario e non spaventa neanche un criceto assonnato, non fosse altro perché Myers stesso è interpretato da una mezza sega svogliata, invece che dal solito gigante di turno. Peccato perché mai come questa volta avremmo preso le sue parti di fronte all’insopportabilità degli studentelli dementi che lo rievocano per la notte di Halloween.

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