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di Ilario Pieri


Dal 1966 al 1968 la ABC produce ben tre serie dedicate all'uomo pipistrello. Serial camp o pop art? Quello che è certo è che si tratta di un assoluto cult

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Cosa ci fanno nella stessa stanza il volto di Marilyn Monroe (prodotto in serie), una TV sintonizzata su programmi ‘leggeri’ e un pipistrello (visibilmente finto) che svolazza appeso a una fune, planando su e giù, nemmeno fosse l’artificio peggiore montato su un set di Ed Wood ? Semplice: raccontano l’America, bombardata dalle immagini di morte dal Vietnam, dalle variegate tinte della provocazione contro-culturale di un’arte popular, all’insegna di ‘una massa senza volto’. Tale concezione si diffonde rapidamente tra i media, annoverando quale simbolo di un’epoca un telefilm capace di essere il perfetto escamotage per distogliere dalla tensione di una guerra l’americano medio.
La rete ABC, per esigenze interne, decide di rischiare l’intera posta in gioco su un supereroe dei fumetti. Il produttore William Dozier saccheggia il mito di Batman (comic nato dalle matite di Bob Kane e Bill Finger nel 1939) e lo riporta in auge con una serie che farà (nel bene e nel male) la storia del piccolo schermo, non solo a stelle e strisce. Caratteristica principale del telefilm è lo stile: colori sgargianti, come appunto nelle tele Pop Art, e carambole onomatopeiche dettate dalle tipiche espressioni da fumetto (come se, per citare uno degli esponenti di questa corrente, le opere di Roy Lichtenstein prendessero vita). Il tutto cucito insieme da una regia audace, al fine di stravolgere le scene con inquadrature oblique e sghembe, un copione di banalità, azione e humor interpretato da vecchie stelle del firmamento hollywoodiano. ImmagineContrariamente a quanto verrà stabilito per i progetti futuri dedicati alla resurrezione del personaggio (dunque non solo le nuvole parlanti per The Dark Knight Returns di Frank Miller e per Batman: Year One, di Miller - Mazzucchelli, ma anche le più importanti trasposizioni cinematografiche Batman, Batman Returns e Batman Begins), la serie resta fedele all’idea originale di Kane (dunque Batman e Robin), dimenticando però l’attrazione fatale per Gotham City (spazio gotico, come indica appunto la parola, a immagine e somiglianza del supereroe) carpito dalla serie con scorci abbozzati e palesemente ricostruiti in studio.
Batman è una creatura di Gotham e non può esistere senza di essa. Nei due adattamenti cinematografici a firma Tim Burton infatti, la città gioca un ruolo essenziale, anche e soprattutto dal punto di vista della confluenza di linee: gli anni ruggenti della violenza crime movie si riflettono in un certo modello di espressionismo tedesco (caro al cineasta di Burbank). Il modello Christopher Nolan al contrario nega il crogiolo scenografico dei primi episodi e si concentra su una Metropoli(s) con un avvenirismo alla Blade Runner.
Nel tf gli orfani Bruce Wayne (Adam West) e Dick Grayson (il ragazzo meraviglia, l’acrobata dei Grayson volanti, interpretato da Burt Ward) si muovono in un luogo anonimo e difendono la loro identità segreta dagli sguardi indiscreti della svampita zia Harriet, rassicurata dal gentile e posato maggiordomo Alfred (Alan Napier). Sin dai tempi di Agatha Christie l’assassino è sempre stato il maggiordomo! In una stramba famiglia di svitati e schizofrenici costretti a indossare fastidiose calzamaglie per difendere la giustizia, Alfred è il padre adottivo, il tutor, il fido e serafico confidente il quale difficilmente perde la calma.

Se la serie con il tempo diverrà una specie di cult, di reliquia televisiva da conservare, trascinandosi dietro anche molte critiche da chi lo battezzerà quale fenomeno camp (il termine si riferisce ‘all'uso deliberato, consapevole e sofisticato del kitsch nell'arte, nell'abbigliamento, negli atteggiamenti’) lo si deve per gran parte allo stuolo di antagonisti presenti, tutti variopinti e coloratissimi come un pacchetto di figurine. Attori consumati, inarrivabili caratteristi, stregoni della mimica e perfino splendide fanciulle alla corte dell’ABC. Come dimenticare i baffi nascosti da una colata di cerone di Cesar Romero (Joker), i versi starnazzanti di un interprete di classe come Burgess Meredith nei panni di The Penguin (in un primo tempo restio a farsi riconoscere come diabolico pennuto e per poi affezionarcisi), la maschera di un Frank Gorshin dalla risata enigmatica e mefistofelica come il suo Riddler, i passi felini della splendida Julie Newmar (Catwoman) seconda a sensualità solo a Michelle Pfeiffer in Batman Returns, ma in seguito sotituita dalla più aggressiva Eartha Kitt, e infine la brillante staffetta (George Sanders, Eli Wallach, Otto Preminger e Vincent Price) per impossessarsi del ruolo di Egghead?
Arrivata alla terza stagione la serie perde tutto il suo fascino, avvitandosi su plot sviluppati fino allo sfinimento, con sfoggio di gadget e veicoli di tutti tipi: dalla fiammante Batmobile (una Lincoln Futura modificata) alla grottesca bat-moto (ben diversa da quella più femminile di Batgirl, una Yvonne Craig dall'eccezionale autoironia), fino al bat-motoscafo. In attesa dell’ennesima rivisitazione dal budget consistente, fa un certo piacere ricordare qualche grottesca e vecchia scazzottata da saloon.

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