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06 settembre 2010  



  • Letture - Libri - Recensioni
  • Io sono leggenda
di Alessandro De Simone


Richard Matheson e la solitudine degli uomini: un connubio tragico e meraviglioso

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Gli anni Cinquanta sono stati meravigliosi per la letteratura fantastica americana, vero e proprio crogiuolo di autori che sono ancora oggi pietre miliari della fantascienza e dai quali il cinema attinge a piene mani di continuo, vista la cronica mancanza di fantasia da parte degli scioperanti prezzolati (leggasi sceneggiatori).
Richard Matheson è uno dei maggiori rappresentanti di questa schiera e anche uno dei più sfruttati proprio da Hollywood e la terza trasposizione cinematografica di Io sono leggenda ci fornisce l’occasione di parlare di uno dei suoi romanzi più ricchi e significativi.
Scritto nel 1954, Io sono leggenda è la summa della poetica della solitudine di Matheson, presente in altri tra i suoi più famosi romanzi e racconti. Robert Neville, l’ultimo uomo sulla Terra, è parente stretto dello Scott Carey di Tre millimetri al giorno e di molti altri eroi e antieroi dell’universo dello scrittore americano.
Io sono leggenda, in particolare, è un romanzo dagli infiniti sottotesti. Uscito in piena segregazione razziale, la storia permette a Matheson una critica feroce nei confronti della società americana. Neville è un WASP perfetto che si trova ad essere minoranza assoluta, a combattere con ogni mezzo per la propria sopravvivenza, vivendo d’espedienti, combattendo con la propria solitudine e cercando di non impazzire col passare del tempo.
La scrittura di Matheson è coinvolgente e angosciante, pone il lettore in una condizione privilegiata di visione, trasportandolo nella casa di Neville, al suo fianco nelle esplorazioni diurne e nelle battaglie notturne. Ma soprattutto trasmette tutta la disperazione di quest’uomo che si trova nella consapevolezza di una solitudine che sarà la sola compagna fino al termine dei suoi giorni.
È incredibile come la straordinaria condizione di Robert Neville diventi col passare delle pagine una routine quotidiana, memoria tragica di una vita passata e lontana e proprio per questo fonte di ulteriore dolore e disperazione.
Neville combatte contro la morte, ma non combatte per la vita, è prigioniero di una situazione che non può controllare, ma che riesce solo a gestire fino all’inevitabile sipario.
Matheson racconta attraverso le vite straordinarie dei suoi personaggi la noia e gli incubi dell’America borghese della provincia, con un’efficacia e una precisione chirurgiche, senza alcuna pietà per chi preferisce non guardare il buio oltre la siepe.

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