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06 febbraio 2012  



  • Letture - Libri - Recensioni
  • Harry Potter e i Doni della Morte
di Federica Aliano


Si conclude la saga del maghetto dalla cicatrice a saetta. Come una giostra di emozioni, il settimo libro è la degna conclusione di una storia eccezionale

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Quando acquistai il primo libro di Harry Potter, la saga era già un caso letterario nel Regno Unito e si iniziava a parlare di una trasposizione cinematografica. Spinta più dalla curiosità che da altri motivi, mi lasciai “stregare” da Hogwarts e dal mondo dei maghi. Ora la storia volge al termine.
Quando, per così tanto tempo, si seguono le avventure di un personaggio, la consapevolezza che non ci sarà più un qualcosa da aspettare lascia un enorme senso di vuoto. Non serviranno più lunghe ore a navigare su internet alla ricerca di notizie, indiscrezioni, dichiarazioni dell’autrice e scambi di opinioni con altri pazzi quanto me per questa saga. La serialità dà assuefazione, crea famiglie e comunità di intenti, c’è poco da fare. E quando uscì il settimo libro (come già per i due precedenti) non si poteva di certo aspettare la versione italiana, che per di più è stata inspiegabilmente rimandata a oltranza. Ed eccoci qui, a prepararci per la notte “12 rintocchi per Harry Potter”, nemmeno fossimo ragazzini. Già, perché anche il collezionismo è una malattia, ma questa è un’altra storia…

Il settimo e ultimo libro (l’autrice continua a ribadire che non ce ne saranno altri) è schizzato dritto in cima alla classifica dei preferiti, scalzando Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban. Duro, diretto, definitivo. La copertina italiana disegnata da Serena RigliettiHarry Potter and the Deathly Hallows (il titolo italiano ci soddisfa poco) procede come un romanzo d’indagine, a metà tra il poliziesco e il libro d’avventura. Per sconfiggere Voldemort i nostri tre beniamini (non solo Harry!) devono trovare, studiare e interpretare degli indizi, pesante eredità che Silente ha lasciato loro dopo la sua dipartita. E qui sta il bello: il settimo libro è la demistificazione del nostro eroe, che da solo non riesce a fare un bel niente. Ci vogliono amicizia e collaborazione, ci vuole unità all’interno della comunità dei maghi tutta. E le frecciatine al mondo della politica si fanno sempre più aspre. Harry, Ron e Hermione sono ormai adulti (hanno raggiunto la maggiore età, 17 anni, nel mondo dei maghi) e pensano e agiscono come tali. Amori e passioni, rabbia, incomprensioni e gesti più ragionati e maturi. Anche il linguaggio è più esplicito (e speriamo che la traduzione italiana mantenga pure le parolacce, giacché non ci piacerebbe proprio ritrovarci una frase del tipo “Non toccare mia figlia, donna di facili costumi!”) e i contenuti sono pensati per un lettore ormai “grandicello”.
Già, perché la grandezza dell’operazione è sempre stata proprio in questo: creare un mondo parallelo e un personaggio che cresce assieme al lettore. Non aspettatevi il solito libro per bambini: qui c’è una guerra in atto, gente. E il bollettino dei morti è quotidiano. E io stessa ho scagliato il volume piangendo e dicendomi che “No, non può far morire anche lui!”. Il grado di emotività che si raggiunge con questo ultimo capitolo non ha eguali nei precedenti.
E se fino ad ora, nonostante la passione, avevo sempre sostenuto che JK Rowling non fosse, in fin dei conti, tutta questa grande scrittrice, ora il mio giudizio è diametralmente opposto. È stata capace di gestire una quantità enorme di personaggi dando a ciascuno la medesima profondità, magari tratteggiandone qualcuno con poche righe, ma infondendo a tutti lo stesso grado di umanità e veridicità. Persino la morte di un nemico può essere il capitolo più commovente. Ma non vogliamo fare spoiler.
Se non avete mai letto un libro della serie Harry Potter, forse è il caso che iniziate.





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