Il momento finalmente è giunto. Ci è voluto il cinema per far capire al grande pubblico che il fumetto non è solo un bene di consumo, ma soprattutto una forma d'arte, fatta dell'abilità dei disegnatori, della fantasia degli sceneggiatori e che, per quanto possa raccontare eventi eccezionali, rispecchia comunque la società odierna nelle sue speranze e paure. Non è un caso, quindi, che da alcuni anni le trasposizioni cinematografiche siano affidate a registi con una sensibilità particolare che non trattano l'argomento come la mera possibilità di mettere su un baraccone ricco di effetti speciali e una storia minimale che raccordi il tutto. Al contrario, il mondo dei comics sta dando la possibilità di esplorare degli aspetti dell'essere umano che raccontando una storia normale sarebbero ben più difficili da trasporre.
Gli
X-men di Bryan Singer, lo
Spiderman di Sam Raimi, lo stesso
Era mio padre, non solo dei semplici filmoni hollywoodiani, ma delle riflessioni d'autore sulla condizione umana, in cui la natura del diverso e del suo disagio sociale e psicologico viene affrontata al tempo stesso con semplicità e spessore, potendo in questo permettere a un pubblico il più vasto possibile di avvicinarsi alla storia, indipendentemente dalla personale passione per le tavole illustrate.
La passione per i fumetti Marvel di Ang Lee si intuiva già nella struttura di
Tempesta di ghiaccio, in cui un giovane Tobey Maguire (che sarebbe poi divenuto l'Uomo Ragno) analizza l'istituzione familiare attraverso i rapporti che legano i
Fantastici Quattro. Vedere questo versatile regista cimentarsi in un'avventura produttiva di questo tipo non deve assolutamente meravigliare. In Hulk ci sono tutti gli elementi del cinema di Lee: lo scontro generazionale, le traversie della coppia e l'impossibilità del coronamento amoroso tipico del melò, genere caro al cineasta taiwanese, il disagio esistenziale. Una serie di elementi che fanno di Hulk un'opera ricca dal punto di vista narrativo anche nella realizzazione (basti pensare alla dominante verde della fotografia che accompagna tutto il film.
Un film d'autore, quindi, in cui anche gli effetti speciali, davvero straordinari, vengono utilizzati paradossalmente in modo non invasivo, perfettamente asserviti alle necessità di una regia equilibrata e con alcuni momenti davvero alti. Ben ritmato, Hulk scivola via senza problemi lungo le sue due ore e venti, facendo crescere durante la visione la simpatia nei confronti del gigante verde, interprete digitale magnificamente realizzato, soprattutto per la grande espressività che i tecnici sono stati in grado di dargli. Un accorgimento di cui avrebbero dovuto usufruire Eric Bana e Jennifer Connelly, ma mentre il primo aveva comunque a che fare con un ruolo non facile, tormentato, riuscendo a venirne fuori non troppo male, la bella attrice, scoperta da bambina da Sergio Leone, irrita per la facilità nel reiterare lo sgorgare delle due lacrimuccie dai suoi comunque bellissimi occhioni. Molto meglio godersi il mestiere e il carisma di Sam Elliott e, soprattutto, Nick Nolte, mad scientist davvero di gran livello.
Speriamo venga dato un seguito anche alle avventure di Hulk, sempre con Ang Lee in cabina di regia, così da poter creare una saga anche cinematografica per un altro degli eroi che ha fatto sognare tanti suoi accaniti lettori e che è come i suoi amici super è molto più di un personaggio di carta.
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