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  • I diari della motocicletta
di Alessandro De Simone


Le leggende hanno una loro vita, proprio come gli esseri umani normali.

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Ernesto Guevara è stato un ragazzo come tanti, uno studente di medicina che amava la vita, l'avventura, a cui stare a casa dopo un po' è finito con lo stare stretto. Proprio come capita a molti di noi arrivati a vent'anni. A me sarebbe piaciuto diventare come il comandante, a chi non sarebbe piaciuto. Ma la realtà dei fatti è: Ernesto Guevara era nato per diventare il Che.
Manca questo a I diari della motocicletta, manca la semplice sensazione di stare scrutando nella vita di un uomo destinato a essere un mito. Quello che Walter Salles ci racconta, con il suo stile patinato, il ritmo perfettamente scandito, l'occhio attento per i meravigliosi paesaggi dell'America Latina, è in nient'altro che il viaggio di due amici alla scoperta di qualcosa, forse dell'amore, forse della vita, sicuramente di quello che c'è oltre Buenos Aires, oltre la loro vita borghese più o meno agiata.
Salles lavora su di una struttura speculare, mostrando all'inizio l'opulenza dell'alta borghesia per poi scendere sempre più nell'abisso, cercando di costruire nel corso dei minuti cinematografici, mesi e chilometri nella realtà, una coscienza proletaria ai suoi due protagonisti. Ci riesce, alla fine, ma è un processo che sembra più un atto dovuto, logica conclusione di un viaggio che, come tutti i percorsi iniziatici, deve arrivare a qualcosa, deve lasciare un segno.
Eppure non convince, la bella faccia di Bernal è già passata attraverso una storia di formazione on the road con tutt'altri risultati; l'indignazione per i diseredati, la compassione per i malati, la sincerità assoluta di Ernesto condita da una guascona faccia di bronzo, tutti questi elementi si amalgamano per dare vita a un film che ha più un sapore mucciniano che rivoluzionario.
Insomma, è difficile non pensare al Che come a una forza della natura e Salles invece vuole darci a intendere che prima di tutto era un essere umano, ma con tendenze divine, arrivando a farne una figura quasi cristologica nell'ultima parte. C'è sempre qualcosa che non va in questo racconto, in cui poi, come fu nella realtà, la motocicletta del titolo viene abbandonata a metà del viaggio. Una cosa che mi fece soffrire anche la prima volta che lessi i resoconti di viaggio di Ernesto Guevara attraverso il suo meraviglioso continente: vedere una Norton che se ne va è doloroso quanto sapere che un grande rivoluzionario è stato ammazzato a tradimento dalla CIA in un posto sperduto della Bolivia.
Ma in questi casi, come ben si sa, si può uccidere un uomo. La leggenda non morirà mai.
Hasta la victoria, comandante Che Guevara, siempre.


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