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  • Happy Days
di Ilario Pieri


La popolare serie televisiva ambientata nei 50s, tra gonne a ruote e inquietudini masherate dietro una facciata di buonismo borghese

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L’America e il suo incubo: dopo aver cullato i sogni di gloria, il Paese si trova a vivere un momento di grande difficoltà, con la perdita di un leader carismatico, John Kennedy, e l’ingestibile affare Vietnam. Ancora una volta è la TV a dissimulare le lacrime di un’amara realtà sotto l’egida della nazionale ABC guidata da un altro produttore, Garry Marshall. Per placare gli animi inquieti dei telespettatori degli anni Settanta, urge una carica eccessiva di ottimismo, di spensieratezza, di conformismo ultra borghese: su questi presupposti si fonda la messa in onda di Happy Days.
Il titolo è tutto un programma (si riferisce a quei "giorni felici" degli anni Cinquanta, periodo in cui è ambientata la serie e considerato una sorta di età dell'oro dall'America bianca) e le storie delle varie stagioni promettono di rispettare a fondo il senso di un’operazione tanto necessaria quanto didascalica. La foto di famiglia si sviluppa sulla provincia americana, quella più perbenista, moderata, timida e gioiosa come i suoi protagonisti, adulti dai modi di fare bonari e comprensivi e giovani simbolo di una generazione con tre grilli per la testa: la famiglia, l’amicizia e l’amore.
ImmagineSulle note dei grandi del rock'n'roll si muove una Milwaukee da interni e con sprazzi in notturna, colta in una verve quasi iperrealista, riflessa nei parcheggi illuminati, nelle insegne girevoli di locali quali punti di ritrovo e delle bande non troppo dissimili dai teddy boys, armati di giacche di pelle e di gelatina per capelli. Personaggi semplici, forse abbozzati, eppure estremamente simpatici: il capofamiglia piccolo commerciante, padre e marito amorevole nonché membro de La loggia del giaguaro (una massoneria della domenica) la casalinga (ancora non così disperata) in cerca di riscatto, l’adolescente alle prese con trionfi e fallimenti tipici dell’età e lo studente composto coadiuvato dagli amici di sempre. Rivedendo gli episodi verrebbe quasi la voglia di sporcare non poco quella armonia così finta e di facciata alla maniera di Gary Ross nel suo Pleasentville.
Il telefilm però pone prima come semplice figura di contorno e poi come mattatore un curioso outsider, rappresentante di una gioventù, se non bruciata, quanto meno scottata da un fortuna non troppo benevola, quella della fauna di periferia, dei delinquentelli di strada appassionati di motori ruggenti. Arthur Fonzarelli, alias Fonzie, è il simbolo di Happy Days: Henry Winkler veste i panni dell’orfano con un passato difficile, adottato dalla famiglia Cunningham, nella fattispecie dal goffo e lentigginoso Richie (interpretato da Ron Howard, lontano anni luce del suo contatto con la macchina da presa).
I toni sono quelli delle commedie scanzonate anni Cinquanta, delle buone maniere, della psicologia spicciola applicata a un blando ottimismo da lezioncina morale, ma il risultato è ottimo e rapidamente la serie raggiunge vertici di ascolto incredibili tirandosi dietro qualche spin off (Joanie Loves Chachi, Mork & Mindy, Laverne & Shirley) e un cumulo di omaggi tra piccolo e grande schermo. Uno di questi è senza dubbio American Graffiti di George Lucas. Opera indelebile per una pellicola che vanta la partecipazione di alcuni dei volti più interessanti di un’epoca (basti ricordare per tutti Richard Dreyfuss, talento esaltato dal più geniale dei movie brats, Steven Spielberg) e lo stesso Ron Howard. Anche se (da buon scavezzacollo) Lucas non rinuncia a descrivere il mondo delle auto truccate e delle corse su di giri, il film prende le distanze dalla serie TV, passando dallo stato di universale goliardia di Happy Days alla soffusa e accorata aleatorietà circa il futuro, non priva di un certo acume malinconico. Privo di retorica, American Graffiti è sì un tuffo edulcorato nell’estate del 1962, quella delle formazioni musicali in cerca di successo evidenziati nella splendida colonna sonora, delle speranze e delle illusioni di un gruppo di giovani in una notte lunga una vita, ma è anche il manifesto di un abbandono (lo stato transitorio dall’adolescenza alla maturità) metafora di una nazione che non sarà più la stessa.
Happy Days può essere considerato ancora oggi quale uno dei momenti più drammatici e rappresentativi attraversati dagli Usa: lo stesso Winkler ricorda quel periodo con grande amarezza, poiché il cast era costretto a mascherare una inquietudine di fondo, con uno stupido sorriso costantemente stampato in faccia, mentre fuori dal set il mondo si apprestava a conoscere un mutamento sociale, politico e culturale di rabbia e dolore.

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