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di Alessandro De Simone


Will Smith meglio solo che male accompagnato in questo remake di 1975: occhi bianchi sulla Terra più che trasposizione del romanzo di Matheson

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Diciamocelo chiaramente: la paura era quella di dover parlare molto male di questo film. Francis Lawrence ci aveva già sorpreso, non positivamente, con la trasposizione cinematografica del fumetto Hellblazer (Constantine, tanto per capirci), quindi perché aspettarci qualcosa di buono dal terzo tentativo di portare sullo schermo un immenso capolavoro come Io sono leggenda?
Invece ci siamo dovuti, almeno in parte, ricredere, e aggiungerei per fortuna. Già, perché Io sono leggenda è un film ben girato e discretamente interpretato, capace di mantenere una tensione e un’angoscia notevoli per settanta minuti buoni di film.
Si comincia con le ormai inevitabili immagini di una New York devastata e desolata, vero e proprio leit motiv del cinema catastrofico americano post 11 settembre, tra le cui strade sfreccia una fiammante auto sportiva guidata dal nostro eroe, Robert Neville, soldato e scienziato, immune al virus che ha distrutto l’umanità in appena tre anni e anche l’unico in grado di trovare una cura capace di salvare quei pochi, ipotetici superstiti e di curare gli infetti trasformati in vampiri desocializzati.
Proprio questo è il punto più interessante di Io sono leggenda, blockbuster più raffinato di molti altri nei contenuti, ovvero il suo voler riflettere su temi sociali complessi, seppur solo di sfuggita, ma comunque dimostrando l’intenzione di voler dare un contributo minimo alla crescita intellettuale dello spettatore.
Non siamo neanche lontanamente dalle parti dei due 28 (giorni e settimane) dopo, né tantomeno nei paraggi lontani di George Romero e dei suoi Living Dead, ma Io sono leggenda cerca per tutta la prima parte di dare un senso a quello che l’umanità ha subito. C’è una visione storica e politica precisa, derivante dalla letteratura di fantascienza degli anni Cinquanta, in cui l’invasione si paventava sotto le forme più disparate. Il fatto che l’evento scatenante in questo caso venga dall’interno, sotto forma di una promessa piena di speranza che diventa invece disperazione e desolazione, fa di questo fumettone un prodotto che denuncia con grande efficacia quanto il paese si senta in costante pericolo a causa dei suoi leader. Merito senz’altro della presenza di Akiva Goldsman tra gli sceneggiatori e di Will Smith come star incontrastata.
Purtroppo, alla fine la bandiera deve in qualche modo sventolare per il verso giusto (non come vorrebbe Paul Haggis) e come successo già al povero Robert Redford molto di recente, la retorica vince ai punti e va a braccetto con un preoccupante misticismo cristiano-integralista che sta facendo regredire gli Stati Uniti (e le sue provincie dell’Impero, tra cui quella in cui viviamo) di molti decenni.
Ma, rammarici di vario genere a parte, è interessante mettere a confronto i tre film tratti dal romanzo che vi consigliamo sempre e comunque di leggere, ricordandovi che è edito in Italia da Fanucci e che è riuscito in questi giorni in una nuova edizione all’abbordabile prezzo di 13 euro.
L'ultimo uomo sulla Terra, il primo, girato probabilmente con un quarto del budget usato da Lawrence per i caffè della troupe, è probabilmente quello che cerca di restare più vicino all'opera di Matheson, una sorta di horror intimista filosofico ed esistenzialista reso straordinario da Vincent Price e dalle incredibili location di un deserto agosto romano, tra l'Eur e Casalpalocco. Ubaldo Ragona, regista spagnolo antenato dei vari Balaguerò e Amenabar, confeziona un'opera assolutamente in linea con il cinema europeo degli anni Sessanta e il contrasto con l'assoluta americanità del racconto è un corto circuito interessantissimo. Curiosità: nel cast troviamo anche Giacomo Rossi Stuart, papà di Kim.
Ovviamente Will Smith e compagnia hanno preso ben poco dalle idee del signor Ragona, mentre hanno attinto a piene mani, dichiarandolo oltretutto nei titoli, dalla sceneggiatura di 1975: occhi bianchi sulla Terra, proiettato di soli quattro anni nel futuro, proprio come Io sono leggenda, diretto da Boris Sagal e interpretato da Charlton Heston, deus ex machina del cinema di fantascienza di quegli anni (vedi Il pianeta delle scimmie e 2022: i sopravvissuti), nei panni di un Neville egualmente atletico e pratico, ma alle prese con i vampiri organizzati come una setta religiosa.
Di certo anche comparare le diverse paure è importante. Ragona si confronta con le paure nucleari, Sagal va dalla catastrofe batteriologica alle sette, Lawrence si appoggia alla corsa alla vita eterna, nuovo grande e pericolosissimo business delle multinazionali farmaceutiche.
Insomma, cambiano i tempi, cambiano i pericoli, ma la paura di sterminarci a vicenda è sempre viva, ed è anche normale che sia così.
Perché, prima o poi, essere umani diventerà leggenda.

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