Quando un fumetto non è solo un romanzo illustrato, ma una finestra sulla Storia. L’opera di Marjane Satrapi è un capolavoro da non perdere

Ci sono delle opere dalle quali non si può prescindere. Nel meraviglioso ambito del fumetto
Persepolisè una di queste, alla stregua di pietre miliari come
Maus di Art Spiegelman e
Watchmen di Moore & Gibbons. Può sembrare un azzardo mettere a confronto tre romanzi a fumetti tanto diversi tra loro, ma spesso l’apparenza inganna e, analizzando bene questi gioielli della letteratura del Novecento, ci accorgiamo di quanti punti di contatto abbiano in comune.

Tutti e tre parlano di società in disfacimento, di diritti umani calpestati, del mondo arrivato ben oltre il baratro della follia. Spiegelman racconta attraverso l’odissea dei suoi topi un olocausto tragicamente e storicamente reale, Alan Moore ipotizza un futuro senza speranza in un’America immaginaria (e non troppo), ma nonostante la loro incredibile potenza, questi due racconti sono ben più sopportabili di quello che racconta Marjane Satrapi in Persepolis. Perché la realtà può essere un peso insostenibile.
Dato alle stampe per la prima volta nel 2000 in Francia (da noi è edito da Sperling & Kupfer, così come il seguito
Persepolis 2), il romanzo autobiografico della Satrapi, iraniana costretta all’esilio durante il regime degli Ayatollha, è un gioello narrativo con pochi eguali, capace di fondere con semplicità riso e lacrime, speranza e tragedia senza ritorno, il tutto portato alla vita grazie all’incredibile talento grafico dell’autrice, che con il suo stile naif e l’elegante bianco e nero delle sue tavole ci porta nell’Iran della fine degli anni Settanta, alla vigilia della caduta dello Scià Reza Pahlevi.
Comincia da lì l’avventura di Marjane, ancora bambina, che attraverso i suoi giovani occhi vede il disfacimento di una nazione, l’abbattimento delle sue tradizioni, l’azzeramento dei diritti umani e il progressivo annichilimento del suo essere donna.
Persepolis dovrebbe essere reso obbligatorio nelle scuole, perché non esiste forma più pura e diretta del fumetto per raccontare quello che le immagini e le parole da sole non riescono troppo spesso a trasmettere. La storia di Marjane invece prende al cuore, allo stomaco, alla testa e, una volta finita, ti fa venir voglia di ricominciarla da capo, per vedere se qualcosa è cambiato, per sperare che tutto questo non sia mai successo.
Troppo spesso veniamo bombardati da notizie che ci parlano di terribili accadimenti in terre lontane, quanto sta accadendo in Bangladesh, in Birmania, in Pakistan, sono le ennesime riprove di quanto il nostro villaggio sia globale solo per i network e le multinazionali, ma ancora troppo poco per chi del mondo vorrebbe avere una visione che sia più ampia del cortile di casa propria.
In un periodo in cui la repressione, in tutte le sue forme, sembra essere il metodo di esercizio del potere più in voga, anche in luoghi vicinissimi al nostro cortile, Persepolis può tranquillamente essere considerata un messaggio di speranza e, soprattutto di riflessione.
L’importante è fermarsi, poi, a riflettere sul serio.
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