Il giovane settantenne George Romero ci regala un film di straordinaria intelligenza e profondità. Un prodotto a costo bassissimo ma della fondamentale importanza artistica, sociale e politica
Romero ha colto nel segno da quarant’anni: siamo morti, non ce ne siamo accorti e continuiamo a camminare per il mondo come se niente fosse, circondati da falsi miti, altari dove celebrare riti che esaltano l’ignoranza e la menzogna, ingannati più e più volte al giorno dalle persone che si dovrebbero preoccupare della nostra sicurezza e del nostro benessere.
Una visione apocalittica e reale, basta guardarsi intorno, come ha fatto il vecchio George che, arrivato al quinto episodio della saga dei morti viventi, ci ha indicato una via di fuga: sarà la rete a salvarci, il web 2.0, saremo noi stessi grazie al nostro desiderio di verità.
Questo cineasta bistrattato dalle major, paladino del cinema e del pensiero indipendente, arrivato a settant’anni riesce a essere più moderno di molti ragazzini considerati geni perché capaci di inserire 127 stacchi in una scena di venti secondi. Già, perché anche per fare il cinema i contenuti contano e in Diary of the Dead ne troviamo di assoluta eccellenza.
Girato con un budget quasi anacronistico, Diary of the Dead si libera di quelle costrizioni che la produzione Universal del precedente Land of the Dead imponeva, consegnandoci un Romero ben più libero e incisivo, impegnato in una riflessione straordinaria sui mass media, la manipolazione delle notizie, l’impatto che questo tipo di comunicazione ha sulla comunità, ormai incapace di filtrare ed elaborare le informazioni. I morti viventi sono attorno a noi, ma la televisione ancora non lo ha detto, quindi non ce ne accorgiamo. Se dovesse esserci un corto circuito nel sistema, tutto si potrebbe ridiscutere, a condizione che la variabile impazzita sia capace di contagiare tutta la rete.
Romero, ben più di tanti esperti di comunicazione, ha capito l’incredibile potenza di internet e quanto ancora inespresso sia questo mezzo straordinario, soprattutto grazie alle persone che costruiscono la Rete giorno per giorno per il puro desiderio di conoscenza e di scambio.
Solo per questo, Diary of the Dead è uno di quei film assolutamente necessari, ma come troppo spesso succede al cinema di contenuto finirà col diventare un’opera carbonara, da scaricare da Emule come forma di resistenza culturale, da masterizzare e passare agli amici, manifesto di un nuovo movimento che s’impegnerà a divulgare la verità attraverso la Rete (c'è da rendere merito al Noir in Festival di Courmayeur che lo ha portato in Italia in anteprima).
E per verità non intendiamo storie di mistici salvatori, ma la realtà di dover accendere i termosifoni mezz’ora in meno al giorno per non pagare bollette astronomiche e per salvare qualche centimetro quadrato del prato sotto casa. La verità di famiglie che non mettono insieme il pranzo con la cena, mentre le persone che parlano di sacrifici sperperano a destra e a sinistra.
Populismo, qualunquismo, grillismo, chiamatelo come volete, ma fate sentire la vostra voce, senza restare a guardare i fuochi d’artificio che vi distraggono dal petrolio che supera i cento dollari al barile senza alcuna ragione reale.
Abbiamo tutti l’antidoto per il virus, questo ci racconta Romero, e lo fa con una semplicità disarmante, toccando tutti i temi classici del suo cinema, dalla lotta classe al razzismo, raccontando questo viaggio nell’assurdo attraverso un diario metacinematografico girato con uno stile purissimo e che nella sua forma diventa ulteriore spunto di riflessione, dato che la nostra vita è ormai ripresa in buona parte da telecamere piazzate ovunque.
Diary of the Dead è un’opera straordinaria e se ne sono accorti anche i tanti amici che hanno voluto dimostrare il loro rispetto nei confronti del maestro di Pittsburgh. Tra gli speaker del telegiornali troviamo infatti Wes Craven, Quentin Tarantino, Stephen King, Simon Pegg, Guillermo del Toro.
A dimostrazione del fatto che uno dei più grandi cineasti del mondo è un anziano signore che ha difficoltà a trovare lavoro.
Un classico dei tempi che corrono.
Commenti (1)
Zambe85ha scritto:
2010-08-11 01:59:43
ottima recensione...ottima la sarcastica e purtroppo triste considerazione finale...a tutti quelli che bocciano film del genere dico di spegnere la tv e accendere la esta...
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
Commenti (1)
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Zambe85 ha scritto: 2010-08-11 01:59:43
ottima recensione...ottima la sarcastica e purtroppo triste considerazione finale...a tutti quelli che bocciano film del genere dico di spegnere la tv e accendere la esta...
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