• Visioni - Cinema - Recensioni
  • Io, robot
di Alessandro De Simone


Immagine

Quando da ragazzino leggevo i classici di Urania, l'unico modo in Italia un tempo per potersi fare una cultura sulla letteratura di fantascienza, mi chiedevo sempre se mai avremmo visto tutte le meravigliose invenzioni che le menti dei vari Silverberg, Heinlein, Andeson, Dick, Asimov creavano.
Oggi la fantascienza è un genere letterario meno brillante rispetto a trent'anni fa, anche perché la funzione che avevano un tempo le storie sul futuro prossimo venturo la espleta il cinema, con i suoi effetti speciali e le previsioni apparentemente apocalittiche.
In realtà, in Io, robot, ci sono dei segnali davvero inquietanti, sin dai primissimi minuti del film. In rapida successione, infatti, vediamo i marchi o i prodotti di una famosa ditta di high tech, di una storica casa di scarpe da ginnastica, di un corriere famoso per recapitare palloni da volley. Se poi consideriamo che la multinazionale che costruisce robot porta il nome di U.S. Robotics, reale colosso dell'hardware informatico, allora non possiamo che rabbrividire, una volta capita l'importanza del product placement all'interno del cinema americano. A questo punto non possiamo che ricordare con affetto, come diceva anche Nanni Moretti in Ecce bombo, Nino Manfredi che mostrava platealmente il pacchetto ogni volta che si accendeva una sigaretta in un film.
Fare tanta attenzione ai marchi e al loro utilizzo ha una certa importanza nella critica di questo film. La presenza del logo implica una struttura scenografica ricca, in cui il prodotto si possa valorizzare mimetizzandosi. Sarebbe stato quindi impossibile mantenere l'asetticità delle atmosfere dell'Isaac Asimov di "Io, Robot". Ben più adatta, invece, un'atmosfera Dickiana, alla Blade Runner, film capostipite di una fantascienza apo-capitalista, in cui il messaggio commerciale è parte integrante della vita quotidiana.
Avendo sullo sfondo una simile situazione di degrado e di dipendenza, il pensiero che l'umanità possa essere dominata da macchine senzienti ci fa ben poca paura, soprattutto nell'ambito di un film come questo di Proyas che si perde per strada molte delle implicazioni morali, etiche e religiose che il romanzo di Asimov invece presentava e su cui invitava a riflettere. Il regista di Dark City propende invece proprio per questo genere di soluzione, quella di rappresentare una città cupa in cui la Corporation detta legge e l'eroe cool è solo contro tutti.
Will Smith è simpatico, ma molto meno efficace che in altre occasioni, e soprattutto non riesce a dare al personaggio lo spessore richiesto, anche per colpa dell'indecisione con cui il poliziotto che odia io robot è stato costruito. Sonny è un mero prodotto digitale, seppur recitato da un bravo caratterista come Alan Tudyk e Bridget Moynahan è algida quanto un cuore di panna (faccio anch'io un po' product placement).
Tecnicamente ineccepibile per quanto riguarda gli effetti digitali, Io, robot ha le lacune maggiori in sede di sceneggiatura, confusa e senza una direzione coerente, e di regia, soprattutto nelle parti in cui l'azione la fa da padrona, dove Proyas dimostra di non riuscire ad avere la situazione sotto controllo.
Alla fine ci sembra d'aver assistito a uno strano miscuglio di cose già viste, da Minority Report a 2001: odissea nello spazio, da A.I. a Totall Recall, film tratti da scrittori come Dick, Aldiss, Clarke: ma Asimov che fine ha fatto?

Commenti (0)

Inserisci il tuo commento

Immagine con il codice di verifica