
Dalla factory Dreamwork l’ennesimo esempio di come, attraverso la frangia di artigiani irreprensibile ma non quieta, intellettuale ma non snobistica né sotterranea, l’industria hollywoodiana sia capace di operare attraverso l’immaginario filmico un discorso cocente in merito allo statuto identitario di un paese il cui contingente peculiare sembra essere quello di subire un assedio permanente. Da tale fobia si originano le sfaccettate diversità, avvertite come alterità da smascherare, sottomettere e infine cancellare.
Se la prima trasposizione cinematografica del 1974 del romanzo “The Stepford Wife” di Ira levin, autore anche di quel Rosemary’s Baby da cui Roman Polanski trasse l’omonimo, epocale capolavoro, il regista Bryan Forbes delineava tutto il timore e l’acrimonia che l’assetto sociale nutriva verso l’emanciparsi della condizione femminile dalla retriva concezione, condizione casalinga e riproduttiva alla quale solo si era soliti identificarla, oggi il regista Frank Oz riattualizza e cortocircuita i livelli di senso della vicenda. La storia di Joanna, cinica donna in carriera caduta in disgrazia e sull’orlo di una crisi di nervi, allontanata dal marito dal caotico spazio metropolitano a favore della pastellosa cittadina di Stepford, dove la vita sembra scorrere sempre a meraviglia, cela ben altre e preoccupanti sorprese.
Il registro narrativo predominante è indubbiamente quello della commedia, e a al riguardo non mancano l’ironia e il brio necessari a garantirne il ritmo incalzante, ma le derive inquietanti della vicenda ne smorzano il riso e necessitano della professionalità di chi, come Frank Oz, è in grado di recepire lo spettro di toni offerto da una sceneggiatura volubile. La destrezza dell’orchestrazione è palesata dall’economia con cui Oz cesella le inquadrature e il loro susseguirsi ai fini dell’avanzamento della vicenda, senza nulla concedere a orpelli di forma, ma tutto incentrato sulla definizione dei caratteri in gioco e lo scandire dei tempi necessari a garantire l’effetto desiderato.
L’unica concessione estetizzante, ma consona alla scintillante essenza della pellicola, e data dall’attenzione particolare riservata al decor e ai costumi che, come esplicitato sin dai titoli di testa mutuati da messaggi promozionali old style dell’intramontabile american way of life, invitano a scorgere cosa si cela sotto la luccicante superficie.
Non meno importante e la maestria con cui il regista è in grado di dirigere i notevoli interpreti, tutti in grado di fornire performance gradevoli, qualche volta sopra le righe ma mai fuori luogo. Una Nicole Kidman decisamente aggraziata, Christopher Walken che col suo repertorio sornione rifà il suo personaggio in modo impeccabile e un Matthew Broderick in ruolo col suo volto da bambino troppo scresciuto, vengono però tutti soppiantati dalla verve scanzonata di Bette Midler.
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