
Se c’è un autore continuamente saccheggiato dal cinema hollywoodiano, questo è di certo Philip K. Dick; se si eccettuano le poche pellicole dichiaratamente ispirate alla sua copiosa produzione letteraria, infiniti restano i debiti e addirittura i plagi commessi nei confronti di uno dei più caustici e visionari scrittori dello scorso secolo. Trame e universi entropici , identità schizoidi, antinomie antropo-macchiniche e teogonie lisergiche rappresentano l’humus dickiano, distillato e sdilinquito con esiti alterni in tutta la produzione fantascientifica odierna.
Sorte sicuramente meschina sarebbe toccata alla trasposizione cinematografica di questo gioiellino della narrativa, apparso sulle pagine del pulp magazine Immagination nel 1953 e poi raccolto nella monumentale silloge intitolata "Le presenze invisibili" (The Collected Stories of Philip K. Dick), se non fosse stata commissionata ad un director estroso e dalla mano sicura come John Woo. Il regista, che sembra si sia definitivamente impiantato nel circuito cinematografico occidentale, accetta coraggiosamente l’impegno e realizza un’opera d’indubbio interesse e divertimento, nonostante prenda le debite distanze da un materiale a lui avulso.
Va innanzitutto riconosciuta la scelta arguta di spoliare la vicenda originaria dal suo cotè futuristico e ambientarla nella contemporaneità, enucleandone le componenti da thrilling cospirazionista e quelle melodrammatiche, decisamente più consone alle corde del regista.
Le gesta di Jennings, geniale ingegnere lautamente stipendiato dalle multinazionali che gli ordinano di carpire e perfezionare i prodotti hi-tech immessi sul mercato dalle aziende concorrenti, salvo poi bruciargli la parte di memoria che potrebbe consentirgli di risalire ai progetti da lui realizzati, si trasformano nelle mani di Woo in un meccanismo ad orologeria. Una narrazione asciutta, che corre ineccepibile verso il suo epilogo come un vecchio noir, se non fosse per la fotografia impressionistica di Dean Georgaris. Merito della rinuncia a procedimenti grafici come i ralenti, da sempre marca stilistica del regista e che se usati, avrebbero raggelato il ritmo di un intreccio dinamizzato. A sancire l’autorialità di Woo resta almeno una sequenza da cardiopalma, quella dell’inseguimento in moto che lo annovera di diritto nell’alveo degli specialisti di questo tópos dell’action movie, sempre capitanato da William Friedkin.
I corpi attorici sono poi quanto di meglio si possa richiedere ad un cinema fisico, muscolare, d’entertainment: Ben Affleck nei panni di Jennings offre una performance al contempo sofferta, atletica e briosa, mentre l’altra metà del cielo è quel corpo feticcio, guerriero che va sotto il nome di Uma Thurman.
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