Una classe degli anni '80, con tutti gli stereotipi dell'epoca. Ben poco profonda, è vero, ma tanto divertente

"Maturità t'avessi preso prima" cantava Antonello Venditti in un storico brano, inno a una 'classe' appassionata (quella del '68), di quattro ragazzi con una chitarra e un pianoforte sulla spalla, ma anche delle bombe e della proteste. Chi avrebbe mai pensato di adattare per il cinema una così celebre melodia della canzone d'autore italiana, con uno scarto generazionale fra la Claudia del brano di allora (ben attenta a non tremare), e la Claudia del film
Notte prima degli esami diretto da Fausto Brizzi? Nessuno; eppure la pellicola, forte di una squisita ricerca vintage (i poster di Madonna alle pareti, la nutella da raccogliere con il cucchiaino, le ‘preghiere da conservare’ per i Duran Duran) funziona e convince grazie a un'orchestra di voci fresche e talentuose, pronte davanti alla macchina da presa a fondersi in una sola.

Dunque, cosa resterà degli anni Ottanta? Poco, molto poco, ma per carità, in fatto di aule turbolente, non ci si dimentichi de
I ragazzi della 3^C, pedaggio obbligatorio per tutto quel microcosmo gerarchico intento a rompere le righe al suono della campanella. Fra i creatori della serie compaiono cognomi celebri: Vanzina e Risi ad esempio; peccato però che i nomi non siano quelli di Ste(fa)no e di Dino. Da un lato, infatti, figura il produttore Enrico, figlio dell’autore di
Febbre da cavallo, dall’altro c’è Claudio Risi (in veste di regista), fratello del più famoso Marco. Anche alcuni sceneggiatori non sono proprio sconosciuti, poiché Federico Moccia diverrà il Signore dei lucchetti e Diego Cugia l’autore di diverse trasmissioni di successo.
Si parla ancora di maturità, piuttosto del periglioso percorso verso il raggiungimento della stessa: la selva oscura da affrontare ha le fattezze di un grigio istituto liceale romano, dove convergono studenti di differenti estrazioni sociali (dalla periferia ai quartieri bene). Si prenda Chicco Lazzaretti, il ripetente dei ripetenti, il Franti della classe: abbandonato da genitori in odore di separazione, non vorrebbe mai e poi mai lasciare le mura scolastiche, ma soprattutto mollare i propri compagni, sorta di seconda (o vera) famiglia; Massimo Conti è il fitness fatto persona, eppure nonostante questa odiosa etichetta, non appare per nulla antipatico, tanto meno caricaturale; Bruno Sacchi è invece il bamboccione di allora, coccolato da mamma Amalia e papà “Ahò” Spartaco, il ragazzo di borgata vagamente malinconico, lontano anni luce dalle creature pasoliniane.

Il resto della 3^C rappresenta (chi più, chi meno) i facili stereotipi della commedia di costume (anche se a dire il vero siamo lontani dai passi calcati da giganti del genere): la bella e altezzosa ‘principessa’ Sharon, figlia di un imprenditore di salumi (il mitico Zampetti immortalato dal compianto Guido Nicheli), le immancabili secchione, Elias e Tisini (ET), amiche inseparabili, Benedetta la studentessa dark, Daniele e Rossella la coppia di piccioncini, dove lui arriva sempre in ritardo e si addormenta con il dito in bocca, ricordando una mimica non troppo lontana dal Linus di Schulz con la sua inseparabile coperta.
Attorno alla 3^C si sviluppa la rivalità con la 3^F capitanata dal temuto (perché contende il primato di anzianità a Chicco) Mazzocchi (interpretato dall’attore Riccardo Rossi, che proprio con Brizzi è tornato sulla cresta dell'onda), ma si consuma anche una buffa quotidianità in compagnia di figure impareggiabili quali il meridionalissimo Prof. di italiano, sempre disposto a perseguitare Chicco e Bruno con la sua inimitabile gestualità; Ciro, il cartolaio in grado di risolvere ogni problema di Bruno previa consegna immediata di contanti, e il perdigiorno Puccio, assoldato per gli sporchi affari che qualcuno deve pur commettere.
Il tf ottenne così tanto seguito (tre stagioni dal 1987 al 1989 per 33 episodi) perché funziona la formula semplice e sicura adottata fin dall’inizio: racconti privi di qualsivoglia complicazione di carattere psicologico o approfondimento narrativo, gag, battute a volontà, comicità mai volgare (con guizzi slapstick) e una genuinità di fondo (confinante con quella del film di Brizzi). Se però il buongiorno si vede dal mattino, allora anche le sigle vantano un posto d’onore nella riuscita del prodotto. Veri piccoli capolavori sono
Un giro nel cuore (lettera d’amore surreale della secchiona all’ultimo della classe), arrangiata come un videoclip, e
Studiare in jeans, il cui testo promuove una istruzione rivoluzionaria nelle mani di docenti fuori dagli schemi della levatura di Prince, Madonna e Samantha Fox. A guardarla adesso la scuola mette un po’ i brividi: le zuffe dell’epoca, aggrovigliati attorno a un pallone di carta stagnola, non ci sono più, come non esistono più il rispetto e la sana concorrenza. Nell’era della comunicazione sfrenata e del principio dei famosi 15 minuti di celebrità, davanti alla telecamera o al microschermo di un telefonino enunciati da Andy Warhol, anche le ragazzate degli studenti più vivaci finiscono (come merce di scambio) in rete e i media raccontano le malattie del nuovo secolo adottando termini quali 'bullismo' e 'vandalismo', quando l’unica parola corretta da pronunciare senza timore dovrebbe essere 'noia'. Senza fare del sociologismo di strada, si può certamente affermare che oggi le nuove generazioni non solo vogliono tutto e in fretta, ma lo ottengono; la ragione di questa maligna brama di vivere non deve essere cercata nel demonio (come recita la madre del povero Robertino in
Ricomincio da tre di Massimo Troisi a proposito dell’imbarbarimento della civiltà), bensì nello stato di smarrimento di un sistema che ingoia tutti e non risparmia nessuno. Probabilmente anche la gioventù cantata da Venditti si sentiva inquieta, però almeno aveva qualcosa in cui credere.
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