Abbiamo incontrato Federico Moccia. Comodamente seduti a un tavolo, per capire cosa c’è, in sostanza, dietro a tanto successo

La prima cosa che viene in mente incontrando Federico Moccia è che Fiorello è proprio bravo: la sua imitazione della voce dell’autore italiano tanto amato dai giovanissimi è perfetta. Noi di Alphabet City non abbiamo la “puzza sotto il naso”, così, avendo l’opportunità di capire come mai Moccia riesca a ottenere tanto successo e tanti consensi non solo tra gli adolescenti (sono molte le donne adulte che lo leggono con le lacrime agli occhi), abbiamo voluto conoscerlo un po’. Beh, continuiamo a chiedercelo. Sempre domandandoci quale sarà il prossimo monumeto di Roma che verrà deturpato girando un film tratto da un suo romanzo, abbiamo riso moltissimo trascrivendo questa intervista. Ma siamo sicuri che fosse sua intenzione suscitare la nostra ilarità? Leggete, a voi la risposta.
Tutti parlano di questa tua prima regia, ma…
Ma in realtà non è una prima regia, avevo fatto
College con Federica Moro e al cinema un film che si chiama
Classe mista 3^A, che è una commedia adolescenziale tutta al maschile. Questa volta il film nasce da un libro, quindi la difficoltà è trovare una soluzione unica con durata limitata partendo da 750 pagine. Mi sono fatto aiutare da due ottimi sceneggiatori, Chiara Barzini e Luca Infascelli. Con loro abbiamo cercato un ritmo narrativo diverso dal libro, ma raccogliendo ciò che era piaciuto di più ai lettori, ma spero che il film possa piacere anche a chi non ha avuto il piacere della fruizione della lettura.
Com’è andata sul set?
Mi sono divertito, nonostante l’inevitabile mancanza di esperienza. Quando scrivi la parola è al tuo servizio, invece quando giri, la carenza tecnica non sempre ti porta a far coincidere il tuo occhio con quello che ottieni. Ma sono soddisfatto, specie dei protagonisti. A volte ho sofferto perché nei film spesso non si ricreava l’alchimia che avevo messo nelle pagine, invece con Raoul e Michela la finzione quasi non si nota.
Cosa ascolti mentre scrivi?
Sento molto la radio, mi piace la musica “random”. Mi sintonizzo su una determinata radio perché mi piace che il pensiero vada un po’ a caso. Se devo scrivere una scena particolare, ascolto prima musica classica o comunque strumentale. Di solito però mi piace farmi guidare dal caso, come nella vita. Le canzoni ti sorprendono e ti regalano emozioni inaspettate. A volte poi ho bisogno di silenzio. Poi c’è da dire che io scrivo solo di notte, è un momento di raccoglimento, con la città stessa che piano piano non ha più il traffico, quel movimento costante… scende un silenzio magico, magari hai solo una piccola luce, sei avvolto nel blu notturno… poi magari esco in terrazzo, anche se fa freddo… è bello.
Come sei riuscito a stabilire la comunicazione con questa nuova generazione di adolescenti?
Non c’è stata una ricerca, un tentativo di ottenere questo risultato, anche perché il mio primo successo letterario è arrivato 12 anni dopo averlo scritto. Credo che in qualche modo io sia stato scelto dai giovani. Sono diventato un cavaliere che doveva salvare un amore dal rischio di essere dimenticato. Sapere che è caduto un lampione a Ponte Milvio perché ci sono troppi lucchetti, sentirlo al telegiornale, al posto di una notizia più tragica, mi fa sentire bene.
Adesso la gente viene a Roma e va a vedere i lucchetti. Che ne pensi?
Credo che sia eccezionale. Anche perché Ponte Milvio non era famoso negli itinerari turistici, pur essendo storico per lo scontro di Costantino. Però non aveva mai preso questa accezione, non era così considerato. Il fatto che addirittura siano venuti dalla Spagna per fare un servizio, per me è bellissimo. Le cose capitano per caso, è il passaparola a farle funzionare. È un po’ quello che accade per il cinema. Per esempio, prima di
Ghost, Patrick Swayze e Demi Moore erano due sconosciuti. Qui il film uscì in poche sale, ma poi tutti lo vollero vedere. È come quel desiderio improvviso che hai di cioccolata, ti capita nei momenti più impensati, ma è il tuo fisico a chiederlo.
Ci sono state sequenze per cui hai incontrato particolari difficoltà?
Le scene di sesso sono sempre raccontate in maniera delicata, sono difficili da girare. C’è bisogno di equilibrio e pudore. Anche un bacio, che è la cosa più dolce del mondo, è imbarazzante con tutto lo staff che sta a guardare.
Però sul set si fatica molto, fisicamente parlando…
Un set è faticoso, devi avere la capacità di saperti amministrare nella fatica. È come la corsa, devi sapere bene da dove parti e dove vuoi arrivare, per poter dosare le tue forze, anche mentali. La bellezza dello scrivere è proprio la solitudine, sai che hai a che fare con te stesso, quando sei contrariato, quando non ti va… Su un set hai a che fare con tante persone quindi, malgrado la loro incredibile capacità (io sono stato fortunato, ho avuto ottimi collaboratori), ci sono persone con cui leghi di più e altre con cui leghi di meno. Ti rimane allora difficile essere sempre gentile quando arrivano a sproposito ed entrano nelle tue riflessioni, almeno per me che sono molto diretto e molto vero. Sei più pubblico, rispetto al tuo essere privato nello scrivere. poi c’è il piano di produzione da ripsettare, non puoi fare come ti pare.
I tuoi libri diventano film. Mentre scrivi, ci pensi? Questo influenza la tua scrittura?
Ci penso, ma non ci penso. Sono aiutato in qualche modo dal fatto che ho sempre scritto in forma di sceneggiatura. Mi piace molto accompagnare lo scrivere con le immagini: apertura – descrizione – dialogo, apertira – descrizione – dialogo... Anche se poi vedo che ultimamente i film prendono quasi sempre spunto dai libri. Trovo che sia un bello sviluppo, ma non deve essere un condizionamento. Sono due cose distinte, quando scrivo non penso già al film. Certo, mi piace che la storia parta da un’idea, come di solito si fa con un film. O magari una tesi, come in
Ho voglia di te che è la voglia di amare di nuovo. Dopo che è finita una storia importante, c’è sempre voglia di innamorarsi ancora. Ci riuscià Step? O bisogna tornare indietro con la persona che si è lasciata? Perché poi, quando torni, la persona che avevi lasciato e a cui hai pensato per tanto tempo, ti delude rispetto a quello che pensavi. Quindi è meglio non tornare indietro. Quando una storia finisce è finita, non potrà più essere la stessa. Ecco cosa volevo dire con
Ho voglia di te.
Come è nata l’idea di Scusa ma ti chiamo amore?
Il libro prende spunto dal film
La voglia matta, di Castellani e Pipolo, regia di Luciano Salce, in cui Tognazzi, quarantenne, incontra Catherine Spaak, ventenne. Mi sono chiesto come sarebbe andata al giorno d’oggi. Allora ci si sposava molto prima, infatti il personaggio di Tognazzi era sposato, oggi un quasi quarantenne è ancora per molti versi in fase di sviluppo, quindi fondamentalmente questa è una riflessione sulla nostra società.
Scamarcio è una tua creatura, ma lui se ne sta lentamente dimenticando. Sta cercando di rinnegare il suo lancio nel mondo del cinema, anche storcendo il naso quando gli si ricorda il suo esordio, dato che vuole fare l’attore impegnato. Che ne pensi?
Mi ricordo che quando l’ho conosciuto aveva letto la sceneggiatura e il libro e disse che gli era piaciuto perché era proprio la sua storia. Questo mi colpì: che un ragazzo di provincia aveva una rabbia così simile a quella del mio personaggio. Step ha la rabbia per un amore tradito, quello di sua madre, e anche nei confronti della società, dato che lui vorrebbe essere un buono, vorrebbe già avere una famiglia. Credo che tutto questo allora abbia conquistato Scamarcio, naturalmente poi può succedere che il successo di un personaggio di questa portata possa fargli vivere con difficoltà la sua capacità di attore. Io lo reputo un bravo attore, mi viene da sorridere rispetto alla sua sofferenza nei confronti di Step. Perché Step è inevitabilmente più forte di lui, è colui che in fondo un po’ lo ha anche creato, quindi non può che perdere con Step. Questo è un consiglio da amico: dovrebbe andare d’accordo con Step, anche perché è bello grosso. Dovrebbe considerarlo un amico, uno di quelli con cui ti ritrovi per una pizza, magari in un terzo episodio. Trovo che ci sia una bellezza in tutto questo, come Sean Connery quando ha fatto 007, credo che poi abbia voluto staccarsi, ma non mi pare che abbia mai rinnegato quel ruolo. Credo che Scamarcio avrà ancora tanti altri successi che gli permetteranno in futuro di guardare a questo con molta più tranquillità. Magari dopo aver fatto teatro o magari dopo aver fatto una bella cosa proprio tutta sua. È inevitabile, la sua fama è stata legata a
Tre metri sopra il cielo e a
Ho voglia di te. Lo capisco, non posso condannarlo, è difficile convivere con Step.
Il tuo parlare di Step lo fa sembrare un personaggio pirandelliano, che vive di vita propria…
Sì, ma ciò è avvenuto anche grazie a lui, a Riccardo. Venivano a trovarlo sul set e gridavano “Guarda, c’è Step!”. Il suo nome ancora non lo sapevano. È grazie ai giornali che poi lo hanno conosciuto meglio.
Cosa legge Moccia quando non scrive?
Le cose più diverse. Ora sto leggendo
Va dove ti porta il cuore della Tamaro. Ecco, quello è un libro che nasce da un’idea. Mi piace molto. Poi leggo soprattutto i thriller, ma spazio nelle cose più diverse. Mi piace Michael Cunningham.
Commenti (13)
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canada goose jackets ha scritto: 2011-12-20 08:41:19
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