Sean Penn è in questo momento uno dei cineasti più maturi del panorama americano, realizzando un’opera poetica e struggente tra Malick e Hashby, impreziosita dalla straordinaria soundtrack di Eddie Vedder

Se dovessi ripensare a quando vidi Sean Penn fare il bambolotto di Madonna in
Shangai Surprise (che vi ho fatto tornare in mente, vero?), probabilmente giungerei alla conclusione che quella era un’altra persona, forse il fratello gemello dello straordinario attore e regista che da anni ci delizia con interpretazioni sopraffine e il suo cinema vero e potente.
Into the Wild, tratto dal romanzo di Jon Krakauer che ripercorre la storia vera di Christopher McCandleless, è in questo momento la vetta più alta della cinematografia del Penn regista e dimostra come questo personaggio schivo, talvolta anche scostante, non privo delle bizze della star, sia soprattutto un artista capace di ascoltare, apprendere ed elaborare dai suoi migliori maestri.
La biografia di questo eroe dei nostri tempi, studente destinato a sicuro successo nella schematizzata vita sociale della Middle Class WASP americana, nasce dall’incontro di Penn con alcuni autori che gli hanno permesso di direzionare la sua carriera e la sua vita.
A partire da Terrence Malick, le cui atmosfere sospese si respirano per gran parte del viaggio attraverso l’America di Christopher, il cui destino è già insito nel nome, ma anche passando per il Clint Eastwood di
Un mondo perfetto e per tutto il cinema americano degli anni Settanta. Viene in mente l’
Alice’s Restaurant di Arthur Penn e
Questa terrà è la mia terra di Ashby, un'accoppiata che ci permette di celebrare la famiglia Guthrie, e quest’attaccamento a quella grandiosa stagione del cinema americano è confermata dall’utilizzo di soluzioni di regia tipiche di quegli anni, dallo split screen agli zoom estremi, fino a un sapiente uso delle lungofocali per campi lunghissimi e meravigliosamente narrativi, anche grazie a uno studio della profondità di campo e del montaggio interno che da anni non si vedevano nel cinema americano.
Into the Wild si rapporta cinematograficamente al suo protagonista, un ragazzo fuori dal tempo e dalle convenzioni, capace di mollare tutto, di spogliarsi dei suoi beni materiali come un moderno San Francesco, per andare alla ricerca di una nuova vita in una vecchia America, selvaggia perché non addomesticata, non anestetizzata e non ammaestrata.
Penn riesce a rendere meravigliosamente il contrasto tra le mille luci, i rumori, le follie delle metropoli statunitensi, cattedrali in un deserto dell’anima, con la pienezza naturale e spirituale della sterminata terra americana, casa di tanti outsiders segnati dalla vita.
Per raccontare questa straordinaria avventura, il regista Sean ha scelto un se stesso di vent’anni più giovane, un eccezionale Emile Hirsch, senza ombra di dubbio la più bella realtà attoriale americana degli ultimi anni, totalmente dedito a dare a Christopher quell’alone di purezza e sacralità che meritava, dando una prova anche fisicamente notevole nelle sue trasformazioni e trasfigurazioni.
Attorno a lui un cast di prim’ordine, dagli esperti William Hurt e Marcia Gay Harden, genitori incapaci di vedere oltre la siepe, alla bellissima Catherine Keener, mamma adottiva nella seconda vita di Christopher, fino ai giovani talenti Jena Malone e, soprattutto, Kristen Stewart, bellissima Maddalena incompiuta che canta il suo amore impossibile per un ragazzo che ama già il mondo intero.
E dopo tutto questo, ci sono addirittura due cose a cui va dedicato uno spazio speciale in questo magnifico film. Prima di tutto, la struggente interpretazione di Hal Holbrook, vecchio leone del cinema americano che riporta alla mente un altro cow boy a contemplare l’America, il Richard Fansworth di
Una storia vera, entrambi monumenti di un cinema e di una cultura scomparse.
Infine, la splendida colonna sonora di Eddie Veddel, mente dei Pearl Jam che si inventa una soundtrack al limite della perfezione, tra suggestioni fusion, ballate folk ed echi di Springsteen.
Into the Wild è un film da vedere e rivedere, ma soprattutto è un’opera da vivere in ogni sua parte, per provare a ricordare che fine ha fatto l’essere umano che una volta era in ognuno di noi.
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