• Visioni - Cinema - Interviste
  • Intervista a Tamara Jenkins
di Alessandro De Simone


Abbiamo incontraro all’ultimo Torino Film Festival la regista de La famiglia Savage, candidata all’Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Ecco quello che ci ha raccontato del suo film con protagonisti Philip Seymour Hoffman e Laura Linney

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Lei sembra molto legata alla famiglia, almeno questa è l’impressione che si trae guardando La famiglia Savage. Non pensa che proprio i valori della famiglia si stiano in qualche modo permettendo nel suo paese?
Devo dire che non sono in grado diare una vera e propria risposta a questa domanda. Non intendevo, con la rappresentazione della famiglia che ho dato nel film, mostrare una situazione contemporanea della famiglia, oggi meno unita di quanto poteva essere nel passato. Ma è vero che oggi la realtà è più simile a quella che ho descritto, anche se il mio desiderio principale era quello di raccontare i personaggi che ho creato per questa storia, il loro viaggio attraverso la malattia che gli permette di rivedersi come esseri tridimensionali e non più come stereotipi familiari. Alla fine di questa esperienza, entrambi riescono a riappropriarsi della loro vita.

Tra i produttori esecutivi del film c’è Alexander Payne. Immagino che sia stata una presenza che ha giovato al film in fase di gestazione.

Mio marito, Jim Taylor, è il socio di scrittura di Alexander e il suo migliore amico. Quindi è stato coinvolto molto presto nel progetto, visto che insieme hanno anche fondato la Dominem, una delle case che ha prodotto il film. Devo dire che all’inizio ero abbastanza disperata, perché non riuscivo a trovare fondi per il film, ma Alexander mi ha sempre supportata e si esposto in prima persona, sapendo che la sua presenza e la sua sponsorizzazione ci avrebbe aiutato a trovare i soldi necessari.

Come vede la situazione del cinema indipendente nel mercato americano in questo momento? Gli Indie Movies hanno tutti le potenzialità distributive di Little Miss Sunshine o quello è un caso particolare?
La situazione che viene rappresentata, pensando a Little Miss Sunshine e direi anche a Sideways, entrambi film prodotti e distribuiti dalla Fox Searchlight come il mio, non è quella abituale, almeno parlando di cinema indipendente. I problemi sono sempre gli stessi, perché non si riescono a trovare fondi se non a costo di enormi sacrifici. Nel nostro caso, ripeto, senza Alexander avremmo trovato porte chiuse ovunque, probabilmente perché i temi trattati non sono sufficientemente “carini”, a nessuno piace vedere un film in cui si parla di una famiglia disastrata, di vecchiaia, di case di cura. E questo nonostante Philip Seymour Hoffman avesse già accettato di interpretare il film, perché aveva abbracciato il progetto addirittura prima di Capote e io volevo lui perché lo considero un genio. Eppure, anche con la sua presenza, non riuscivamo a trovare un dollaro.

Spendiamo ancora qualche parola per Philip, credo se lo meriti…
Credo d’aver visto Philip per tutta la mia vita, al cinema la prima volta fu per Happiness, ma vivendo entrambi a New York, mi è capitato spesso di vederlo anche a teatro. Come me, tanti altri sono sempre stati convinti del grande talento di Philip, ma vederlo diventare una stella di prima grandezza è stato un grande piacere per tutti, anche perché ci sono tanti attori di talento che non riescono a raggiungere il successo e questo è sempre un peccato.

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