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  • School of rock
di Alessandro De Simone


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Allora, non ci sono molti discorsi da fare: ogni persona al mondo dovrebbe vedere School of Rock. La ragione è molto semplice: il rock ti fa sentire bene, è una di quelle cose per cui vale la pena vivere, come avrebbero detto una volta su Cuore, mai dimenticato supplemento de L'Unità. Pensate a Quasi famosi, Alta fedeltà, This is Spinal Tap, Airheads: tutti film che fanno stare meglio. Quando siete tristi, fate tornare alla memoria il sorriso dell'aiuta complessi Penny Lane e mettete su "Tiny Dancer" di Elton John, la vita vi sembrerà migliore. Se avete bisogno di una bella scarica di energia, "Whole Lotta Love" degli Zeppelin è quanto di meglio vi possiate iniettare nelle vene, mentre al funerale di un caro amico fate suonare dal tastierista progressive della parrocchia "You Can't Always Get What You Want" degli Stones e donerete un sorriso eterno al compianto estinto. E se volete convincere una preside parruccona che la classe a cui cercate d'insegnare che la vita può essere meglio dello schifo che li aspetta ha il disperato bisogno di una buona educazione musicale, Stevie Winwood può essere una buona idea.
La cultura mondiale degli ultimi cinquant'anni ha avuto intellettuali che hanno radicalmente cambiato il modo di pensare di intere generazioni, da Elvis Presley ("Suspicious Mind" è una canzone che andrebbe ascoltata almeno due volte a settimana appena svegliati), ai quattro ragazzi di Liverpool, con una menzione particolare per George Harrison che aveva il suo bel da fare nel sopportare i suoi talentuosi e litigiosi leader, tra un acido e l'altro.
Essere rock significa non avere paura di camminare dalla parte selvaggia della strada in un giorno perfetto, o di interrompere un DJ Set Trip Hop con "Paranoid Android" dei Radiohead, così come non temeva Mozart di sconvolgere la corte viennese con le sue audaci bizzarrie musicali, sapendo che dopo la sua morte da vera rock star maledetta le vendite sarebbero schizzate conquistando la vetta della hit parade.
Alcuni dei più importanti momenti della memoria collettiva sono legati ad eventi rock: Woodstock, Live Aid, Live at Wembley dei Queen e, di conseguenza, il Tribute to Freddy Mercury nel medesimo tempio del calcio e della musica.
Dewey Finn non è un rocker sfigato con il corpo e la voce di Jack Black, ma l'altra faccia di Lester Bangs, la quintessenza di chi vive giorno per giorno sulla sua pelle l'enorme responsabilità di ricordare al mondo che Christina Aguilera è solo una sgallettata con un pessimo gusto nel vestire e Britney Spears una ragazzina che faceva la Raffaella Carrà prodigio su Disney Channel; non è un supplente ingannevole, ma un professore di vita, capace di ridare fiducia a dei ragazzini che il sistema aveva già deciso di inglobare senza pietà, senza neanche dare loro la possibilità di esprimere il naturale dissenso nei confronti della società. Sfido chiunque a giurare su quanto ha di più caro che non si è mai rinchiuso in camera ascoltando in cuffia il suo gruppo preferito, perché mamma, o papà, o tutti e due non capivano cosa provasse durante i difficili giorni della sua crescita. E che si tratti di Gigi D'Alessio o degli Who, il concetto non cambia: quella era la vostra personale rivoluzione.
School of Rock è una piccola rivoluzione, solo apparentemente addomesticata, necessaria in un mondo in cui ci si ricorda troppo poco che alzare la voce non vuol dire necessariamente disturbare chi ti siede accanto.

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