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  • Richard LaGravenese: perché il melò non è un reato
di Alessandro De Simone


Sceneggiatore, regista e probabilmente proprietario di una fabbrica di kleenex: ecco a voi l’uomo che non vuole farci smettere di piangere

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Qualche anno fa mi capitava ogni tanto di dare una mano a una cattedra di Storia del cinema all’Università La Sapienza di Roma. Durante una sessione di esami mi si pose davanti una ragazza, qualche anno fuori corso, che si presentava con un monografico sul melò americano. Iniziamo con una domanda facile, mi dico, tanto per metterla tranquilla e fare una bella interrogazione su uno dei miei argomenti preferiti. “Allora, signorina, mi dica, chi fu il massimo esponente del melò americano degli anni Cinquanta?”.
Risposta: “Mah, direi senz’altro Elia Kazan.”
“Kazan? Mi scusi, come mai proprio Kazan e non, che so, Douglas Sirk?”
“Scusi, chi?”
La mia proposta di bocciatura fu purtroppo rigettata dal docente e da quel giorno non misi più piede all’Università. Già, perché per quanto mi riguarda non conoscere Douglas Sirk presentandosi sul melò americano equivale a non conoscere il nome della propria madre. E più in generale, non conoscere il melò, o peggio ancora, considerarlo un genere minore buono solo per casalinghe di mezza età bisognose di sognare tormentate storie d’amore, è un vero e proprio reato.
Per fortuna, nel corso degli anni, la tradizione è stata portata avanti da alcuni registi di poca importanza, come Sidney Pollack (Come eravamo), Billy Wilder (Fedora), Clint Eastwood, Nick Cassavetes, e da sceneggiatori dal discreto talento, come Gary Ross (Pleasentville), Jeremy Leven (Don Juan de Marco) e, soprattutto, Richard LaGravenese che approda nei nostri cinema in questi giorni con P.S. I Love You
Classe 1959, newyorkese di Brooklyn, LaGravenese si fa conoscere dal grande cinema grazie alla magnifica sceneggiatura de La leggenda del Re Pescatore, in cui riesce a intrecciare amore, amicizia, rimorso, elaborazione del lutto e molto altro con incredibile equilibrio e leggerezza, abbracciando lo stile visionario di Terry Gilliam senza costringerlo in clichè e regalando a Robin Williams il ruolo più bello della sua carriera. Tanto per capirci: Williams porge una seggiolina fatta con una retina da spumante alla timida Amanda Plummer “Si possono trovare cose bellissime nella spazzatura…”.
L’anno d’oro di LaGravenese è il 1995, in cui infila tre film diversissimi tra loro, ma sempre ovviamente venati di sentimento, raffinata ironia e grande intelligenza. Prima di il remake de La piccola principessa, diretto da Alfonso Cuaron, un film da riscoprire proprio per analizzare l’ottimo lavoro sulla sceneggiatura. A seguire, l’immenso, straordinario I ponti di Madison County, uno dei tanti capolavori di quel grande cineasta americano che porta il nome di Clint Eastwood, opera elegiaca, perennemente sospesa tra sogno e ricordo, mirabile esempio di come si possa prendere un pessimo romanzo (quello omonimo di Robert James Waller) e farne un film eccezionale che ci si stanca mai di rivedere.
Ma forse l’opera più interessante di quell’anno magico è la terza, Eroi di tutti i giorni, prima regia di Diane Keaton. Ambientato negli Stati Uniti del maccartismo, Unstrung Heroes racconta il momento di passaggio di un bambino all’età adulta, coincidente con la lunga agonia e la morte della madre affetta da un tumore. Interpretato magnificamente da Andie McDowell e John Turturro, nonché dagli straordinari Maury Chaykin e Michael Richards (Cosmo Kramer in Seinfeld, un genio), Eroi di tutti i giorni è una miscela perfetta di umorismo ebraico, satira politica, romanticismo e romanzo di formazione. Un film da riscoprire, senza dubbio.
Come spesso accade quando Hollywood scopre un nuovo talento, tutti fanno a gara per accapararselo. La prima a riuscirci è una delle Signore della Mecca del cinema. Barbra Streisand gli affida la sceneggiatura del suo secondo film da regista, L’amore ha due facce, remake de Lo specchio a due facce di Andre Cayatte, ovviamente una storia d’amore in cui la Streisand comunica alle donne americane, trent’anni dopo Funny Girl, che essere bruttine non conta se hai carattere e intelligenza da vendere. LaGravenese capisce perfettamente il messaggio e tira fuori una sceneggiatura capolavoro che è anche una straordinaria riflessione sulla società dell’apparire.
Nel 1998 adatta per lo schermo due romanzi, L’uomo che sussurava ai cavalli, diretto da Robert Redford, e Beloved, sfortunato quanto bel film di Jonathan Demme tratto dall’opera di Toni Morrison. Cosa più importante, però, è che nello stesso anno LaGravenese esordisce dietro la macchina da presa e si tratta di un gran bell’inizio. Living Out Loud, distribuito in Italia con l’anonimo titolo Kiss, è un film piccolo che riesce a trasmettere fortissime emozioni, raccontando le diverse solitudini dei due protagonisti, Holly Hunter e Danny De Vito, entrambi in stato di grazia, ma ancora una volta affrontando dei temi delicati con una leggerezza davvero rara, riuscendo a strappare con eccezionale ritmo una risata e una lacrimuccia.
P.S. I Love You è il terzo film diretto da LaGravenese, dopo il mezzo passo falso Freedom Writers, è tratto da un romanzo di Cecelia Ahern e racconta la vita di Holly, giovane vedova che il giorno del suo trentesimo compleanno scopre che il marito gli ha scritto delle lettere che la aiuteranno nell’elaborazione del lutto e nel trovare una strada nella vita.
Ben interpretato da Hilary Swank e Gerald Butler, P.S. I Love You è un altro film che riesce a bilanciare tante emozioni e sviscerare temi di grande spessore, dalla perdita all’innamoramento, dall’amicizia alla famiglia, tutti argomenti da sempre importantissimi nel cinema americano, ma che in pochi riescono a trattare in maniera così efficace al giorno d’oggi. Richard LaGravenese è uno di questi pochi, insieme a Cameron Crowe e Brad Silberling (quest’ultimo in particolare ancora più estremo nel suo moderno melò elegiaco) e speriamo che sceneggiatori e majors trovino presto un accordo per poter vedere in produzione Quiet Type, il su prossimo script su un sordo che si è messo in testa di dirigere la New York Philarmonic Orchestra.
Non vedo l’ora.

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