Ennesima variazione sulla teoria del caso in puro stile Arriaga, con tutte le forzature e le banalità. Del caso, per l’appunto. Cast stellare in grande forma. In concorso al Noir in Festival 2007

Scommetto che ci avete pensato anche voi, milioni di volte. Come sarebbe potuta essere la mia vita se avessi svoltato a destra piuttosto che a sinistra, se fossi andato via da quel ristorante due minuti prima o dopo, se non avessi deciso di andare all’università proprio quel giorno a quell’ora.
Magari avreste potuto incontrare la donna della vostra vita, avreste evitato un incidente che vi ha condizionato la vita per molti mesi, o magari non vi avrebbero proposto il lavoro dei vostri sogni.
Il caso, per chi ci crede, o forse il destino, o magari, molto semplicemente, la vita, quella che ti costruisci a seconda delle tue sensazioni e del tuo modo di relazionarti con il prossimo.
Dubbi esistenziali, in ogni modo, che il cinema ha sempre amato, portandoli sullo schermo in forme diverse e raffinate, come ha fatto Robert Altman nei suoi film corali, da
Nashville ad
America Oggi fino a
The Company, semplicemente osservando le vite delle persone e facendole interagire naturalmente, come formiche nel loro habitat che si incrociano senza farci molto caso.
Oppure come ha fatto la premiata ex ditta Inarritu – Arriaga, sempre pronti a trovare complicati innesti spazio-temporali capaci di mettere in relazione una liceale giapponese con una domestica messicana.
The Air I Breathe è un film molto più vicino alle corde della coppia messicana, sebbene la struttura sia più circolare rispetto agli intrecci trasversali che caratterizzano
21 Grammi e
Babel, condito con una buona dose di noir, confezionato molto bene, con una fotografia patinata ma non eccessiva e un cast davvero incredibile che si presta con convinzione alla storia.
O meglio, alle storie, quella di un broker triste che riuscirà a vivere grazie a una puntata su una corsa di cavalli e la cui strada si incrocia con un gangster in grado di predirre il futuro che lavora per un boss che ha appena rilevato il contratto di una popstar.
Jiheo Lee, regista e sceneggiatore di origine coreana, ma nato a New York, esordisce quindi con un film ambizioso, riuscito solo a metà, ma è una percentuale che alla fine soddisfa lo spettatore, soprattutto grazie agli attori, a partire da Andy Garcia, davvero strepitoso nei panni dello spietato boss Fingers, e a seguire Brendan Fraser, assai misurato e credibile come gangster dal cuore d’oro.
E se da una parte non fa quasi più notizia la bravura di Emile Hirsch in un ruolo di contorno, la grande sorpresa è senza dubbio, Sarah Michelle Gellar che cerca di togliersi di dosso i panni di
Buffy l'ammazzavampiri per cominciare una vita tutta nuova. Ci aveva già provato, con ottimi risultati, in
Harvard Man di James Toback, ma in pochi ci avevano fatto caso.
Magari avere scelto questo film potrebbe essere la svolta della sua vita.
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