Strano pensare che l'attore di colore più pagato di Hollywood sia lo stesso giovanotto dagli abiti sgargianti e il taglio di capelli improponibile della sitcom degli anni ’90. Giovani talenti crescono... e come “crescono” bene!
"Willy, il principe di Bel Air? Credi davvero che abbia una carriera cinematografica?"
Ollie/Ben Affleck, Jersey Girl
Certe volte è proprio il caso di ringraziare la televisione e i suoi prodotti seriali! Perché spesso hanno l’occhio acuto nel saper scovare degli interpreti brillanti, farli conoscere al grande pubblico e regalare allo star system cinematografico molti astri talentuosi. Basti pensare - per fare solo qualche esempio - a Michael J. Fox, George Clooney e Leonardo DiCaprio, lanciati nella costellazione hollywoodiana rispettivamente dalle serie TV Casa Keaton, E.R.- Medici in prima linea e Genitori in blue jeans. Questo vale anche per un altro giovanotto molto affascinante, originario di Philadelphia...
Will Smith, al secolo Willard Christopher Smith Jr., già noto rapper - con lo pseudonimo The Fresh Prince - del duo composto nel 1984 con DJ Jazzy Jeff, diventa popolare grazie all’interpretazione di un simpaticissimo scapestrato nella sitcom Willy, il principe di Bel Air. Serie che per 6 anni (dal 1990 al 1996) lo vedrà protagonista delle vicende di un ragazzo "sveglio" e scavezzacollo, che viene catapultato dal ghetto di Philadelphia al dorato mondo di prima classe di Bel Air, quartiere ricco di Los Angeles. Ospitato dalla zia Vivian e dal marito di lei, lo zio “zucchino” Phil, nella sfarzosa villa in cui vivono con i loro tre figli Hilary, Carlton e Ashley e il maggiordomo tuttofare Geoffrey, Willy troverà un mondo molto diverso e meno “colorito” del suo (che però non lesina in quanto a stramberie!). L’approccio con la famiglia Banks sarà non subito, e non sempre, roseo, ma sapranno tutti imparare il rispetto e l’affetto reciproci... anche perché Willy è un vulcano incontenibile di charme e simpatia.
Tra pasticci, urla e battute incalzanti, la trama di questa frizzante sitcom scorre leggera, con il suo stile di puro disimpegno episodico che alterna piacevolmente i guai, piccoli e grandi, in cui Willy si caccia, le difficoltà del suo percorso di maturazione e scoperta di questa nuova realtà e le trovate ironiche fulminanti, spesso maliziose, ma sempre proposte con garbata burloneria. In un coro carnevalesco di voci, tutte tese a evidenziare il talento da autentico mattatore di Will, ritroviamo il gusto tipico della risata da situation comedy, che con le sue parodie e le gag “a ripetizione” riesce sempre nel tentativo di far ridere con spensieratezza.
Tutto gioca a favore del giovane Fresh Prince di Philadelphia il quale, scoperta ormai la propria disinvoltura davanti alla macchina da presa, decide ben presto di lanciarsi nel mondo del cinema... diventando in poco tempo uno dei volti più noti e amati dello jet set hollywoodiano. Se Sei gradi di separazione ne svela il lato meno “disimpegnato”, a consacrarlo come nuovo sbancatore di botteghini, tra fan in delirio e mass media in fibrillazione, è Indipendence Day, seguito poco dopo da altri due successi internazionali, Men In Black e Nemico Pubblico. Tra incassi incredibili, premi e nomination - senza mai tralasciare la grande passione per la musica (il “salto” solista risale al 1997 con l’album Big Willie Style) - e avendo intrapreso anche l’avventura da produttore, il “piccolo” Will di Philadelphia ha saputo dimostrare di avere fascino da vendere e capacità di reinventarsi anche con ruoli meno scontati, dando prova di molta versatilità ed ecletticità nella scelta delle pellicole da interpretare, che gli hanno permesso di attraversare con disinvoltura le più disparate tipologie filmiche, come il balzo che l’ha portato a passare da La ricerca della felicità a Io sono leggenda. Fino agli ultimi - tra loro diversissimi - progetti, Hancock (storia di un supereroe “sottotono” e goffo, nelle sale italiane a settembre) e Seven Pounds (opera drammatica che lo vedrà diretto per la seconda volta da Gabriele Muccino).
E proprio attraverso i suoi numerosi ed eterogenei lavori cinematografici, ha mostrato non solo l’attitudine a interpretare ruoli drammatici, ma pure molta autoironia e voglia di prendersi poco sul serio nei film fanta-action che lo vedono protagonista. Forse è anche per questo che il vasto pubblico sembra preferirlo tra fucili ed esplosioni, in trame con ben poca introspezione psicologica (ma, in compenso, con una canottiera svela-muscoli sempre a portata di ciak... d’altra parte il suo fisico statuario si impone sulla scena “prepotentemente”). Non che le “grazie” di questo splendido quasi-quarantenne, ci dispiacciano, anzi... ma l’intensità interpretativa che Will Smith ha dimostrato negli anni meriterebbe di essere valorizzata più spesso dalle pellicole più ricche di sfumature espressive e dialogiche. Come nel caso di Alì, il biopic sulla vita e la carriera del grande pugile che gli è valso la prima nomination all'Oscar, pur non deludendo le fan desiderose di "vedere il fisico". A onor del vero, bisogna ammettere che i suoi muscoli ci “commuovono” sempre...
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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