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  • Come Salvatores Comanda
di Alessandro De Simone


Abbiamo incontrato il regista premio Oscar per Mediterraneo al Noir in Festival di Courmayeur, dove abbiamo parlato del suo prossimo film, Come Dio comanda

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Si riforma la coppia vincente Gabriele Salvatores e Niccolò Ammaniti, dopo la riuscitissima collaborazione di Io non ho paura. Questa volta ad andare sul grande schermo sarà Come Dio comanda, romanzo con cui lo scrittore romano ha vinto il Premio Strega.
Abbiamo incontrato tutti e due a Courmayeur, durante il Noir in Festival 2007, per farci raccontare qualcosa della genesi del film, le cui riprese inizieranno l’11 febbraio e dureranno per 11 settimane. Produce la Colorado Film con RaiCinema. Il film è previsto in sala per l’autunno 2008 e verrà distribuito da 01 Distribution.

Allora Gabriele, come lo vedi nella tua testa Come Dio comanda?
Quando cominci a pensare a qualcosa vedi automaticamente dei colori, anche senza pensarci. Una volta, per esempio, c’erano quegli album con le canzoni lente, quelli veloci, uno bianco, l’altro nero… Rispetto a Io non ho paura è un po’ così: nel senso che quello è tutto sole, oro, spazi aperti all’infinito. Questo è un film che si svolge nel nord: piove, c’è la neve e c’è anche molta notte, quindi gli spazi si vedono, ma fino a un certo punto e così i colori. Io, ad esempio, riesco a pensare senza troppi colori e quindi c’è una naturale inclinazione al viraggio sui toni freddi. Poi c’è un’altra cosa: io vorrei levargli, per quanto più possibile tutta la macchina cinema, perché questo crea dei problemi, in quanto si rischierebbe di dargli una connotazione troppo fortemente di genere, oppure, una dimensione troppo realistica e farlo sembrare un documentario del National Geographic. Quindi cerco di levare praticamente tutto: carrelli, dolly, campo e controcampo. Campo e Controcampo vuol dire per gli attori non solo pause pazzesche in cui bisogna rifare la scena, ma poni un elemento smaccatamente di finzione. Sono rimasti dei piani sequenza interrotti, cioè la macchina da presa sarà in mezzo agli attori e sarà il terzo personaggio. Sarà un testimone di quello che succede e questo permetterà agli attori di girare tutto di continuo. Anche perché se si è fuoricampo la macchina gira e l’attore deve, necessariamente, continuare a recitare. Si ha una sensazione di realtà.
Quando c’è una storia così forte di padri e figli e ci si mette di mezzo l’artificio…che poi, intendiamoci, l’artificio c’è sempre. Ma ci vogliono degli attori un po’ speciali…

Gli attori, appunto. Parlaci delle tue scelte per il cast.
Gli attori sono Filippo Timi ed Elio Germano. Filippo nella parte del padre ed Elio in quella di Quattro Formaggi di cui m’interessava più l’anima che l’aspetto fisico. Io sono molto contento di lavorare con loro, perché, oltretutto, si conoscono, sono molto amici e mi sembra di creare un gruppo. Poi credo di avere due attori che in questo momento sono importanti e che è bene che in questo momento abbiano due personaggi del genere. Sono due del nord, hanno fatto teatro, controllano l’accento, cosicchè sarà un nord non ben localizzato.

La sceneggiatura rispecchia fedelmente il romanzo, come in Io non ho paura, o ci sono delle differenze?
Questa volta, in effetti, sceneggiatura e libro sono molto diversi. Chi ha letto il libro ritrova i tre personaggi, padre, figlio e Quattro Formaggi e quello che succede tra di loro. Ma per esempio il colpo al bancomat dei fratelli non c’è, una scena a cui abbiamo dovuto rinunciare col cuore sanguinante.

La collaborazione tra Salvatores e Ammaniti ha fin’ora portato ottimi frutti e speriamo proseguirà in futuro. Ma quand’è che accadrà il contrario, ovvero quando Ammaniti lascerà la macchina da scrivere per la macchina da presa?

Io lo vorrei veramente e lo produrrei, perché Niccolò pensa in maniera molto cinematografica. Lo sai che a passare un po’ di tempo con lui diventi matto? Perché, non so, se lui vede un signore che pulisce la piscina, un secondo dopo ci inventa una storia, che ci scivola dentro e poi costruisce tutto un intreccio che chissà come va a finire. In questo senso dovrebbe provare.

Com’è nata l’idea di trarre un altro film da un altro romanzo di Ammaniti?
Ero in viaggio verso l'Australia per la promozione di Quo vadis, baby? e io e Maurizio Totti avevamo il libro in mano. Il viaggio dura 24 ore al termine delle quali ci siamo guardati e ci siamo detti: è un bel casino, ma sarebbe bello farlo. È un romanzo di seicento pagine e mano a mano siamo arrivati alla sceneggiatura.

Voi e tanti altri autori come voi si sono progressivamente spostati sul noir. Ma la stessa cosa succede anche per tutta l’informazione e di conseguenza per l’immaginario collettivo. Come mai finisce che c’è sempre un omicidio di mezzo?
Io mi sono trovato dentro una serie di storie dipinte un po’ di nero. Poi bisogna superare questo termine ormai inflazionato. Io credo che la violenza ci sia sempre stata, anche gli omicidi all’interno della famiglia che in Italia sono qualcosa come l’80%, una cosa impressionante. Il problema è che la cronaca di oggi sta prendendo il sopravvento sui fatti, una volta li si raccontava senza poi rimestare tanto, non per tirare fuori la merda, per capire il casino che c’è dietro, ma tanto per vendere la notizia. Oggi non c’è compassione nel senso latino del termine, manca il desiderio di capire quali sono i motivi, le passioni, la rabbia. Dicevamo con Niccolò l’altro giorno: in quanti di questi casi che accadono in Italia e all’estero provi a immedesimarti? Insomma, non arrivi proprio a quei livelli di paranoia, ma ci sono momenti in cui credi di vivere sensazioni analoghe, magari nei rapporti di coppia.
Siamo credo l’unico paese in cui la curiosità di tante trasmissioni dietro a questi fatti è così morbosa.
Nel caso di Come Dio comanda, una mia amica mi ha detto che la storia è così forte anche perché non solo non ci sono donne, ma non ci sono emozioni femminili a differenza di Quo Vadis, Baby? dove il punto di vista era proprio femminile, o di Io non ho paura dove c’era una madre…
Invece qui c'è il padre di circa 35 anni e il ragazzino di 14 anni, per cui quando lo aveva fatto lui aveva 20 anni e gli dice: “Se era per quella stronza di tua madre te manco saresti nato. Vieni qui e bacia il tuo Dio”

Come Dio comanda e Io non ho paura sono due film cromaticamente diversi, una cosa Gabriele, di cui ti avevo già parlato in Io non ho paura: i colori avevano influenzato le scelte stilistiche. Anche in questo caso, i colori del nord, hanno influenzato lo stile?
I due film sono speculari, come il sole e la luna. Qui c’è una decolorazione piuttosto forte della pellicola, è inverno, è notte e di notte noi usiamo più i coni dei bastoncelli che percepiscono il bianco e il nero. E girando nei boschi vedi in bianco e nero. Le notti del cinema spesso sono blu, cosa assolutamente irreale. Altro problema: se voglio girare a 360 gradi non posso avere luci in campo, ma dall’alto, però all’aperto diventa difficile, soprattutto poi se l’attore si sposta. Tutte cose comunque che stiamo risolvendo.

Quali sono, se ci sono, i riferimenti cinematografici a cui ti sei ispirato per questo tuo prossimo film?
Ci sono e molto diversi. I riferimenti più tecnici sono ll ritorno e la camera a mano di Ken Loach, ma non pensarlo come un film politico.

Riguardo alla colonna sonora, come volete gestirle. Anche da un punto di vista di genere?
Niccolò ha scritto il romanzo ascoltando dei gruppi di industrial e post-rock poco conosciuti, ma che comunque non ci saranno. Se la musica diventa il solito cameriere che ti serve bene la scena, allora non m’interessa, ma d’altro canto, visto il tipo di film e come lo giriamo, certamente bisognerà trovare delle soluzioni. Comunque sono cose che stiamo sperimentando ora, non so come sarà in effetti, vi espongo solo i miei pensieri., però devo pormi il problema che la musica debba essere un ulteriore elemento, ad esempio in sostituzione di un movimento di macchina. La musica potrebbe rappresentare il nostro sguardo dall’alto. Una prima idea che mi è venuta è che se il film è così dentro l’azione, la musica potrebbe rappresentare lo sguardo di un Dio che ci guarda.
Sicuramente non una musica sinfonica, ma musica essenzializzata.
E poi vorrei tanto avere un pezzo di Cristina Aguilera, di cui forse per un pregiudizio non ho mai ascoltato il testo, Beautiful, bo scoperto che mi piace molto. La ascolterebbe Fabiana, una delle due ragazze di contorno al mondo maschile del film, nel suo iPod che poi passerà tra le mani del ragazzo e poi in quelle di Quattroformaggi

Oggi hai parlato ancora di sperimentazione. Quando ci siamo incontrati subito dopo la fine delle riprese di Amnésia mi hai detto che quando finisci un film ti senti come i monaci tibetani che quando finiscono il mandala lo cancellano con un colpo di mano. Inizi a girare tra due mesi, ma l’entusiasmo che stai dimostrando mi suggerisce che nei prossimi due mesi penserai un miliardo di soluzioni per questo tuo nuovo progetto.
Io ci spero. Guarda che noi abbiamo solo il nostro lavoro per imparare ed è un lavoro totalizzante, ma contemporaneamente dobbiamo vivere, perché se non vivi non riesci a raccontare. Così le occasioni per raccontare le cose sono i film che fai o i libri che leggi o che scrivi. Ogni volta rimetti in discussione tutto. Non avevo mai pensato di fare un film senza carrello, a parte Marrakesh Express perché non c’erano i soldi. Ma insomma, ogni film è una cosa nuova, un viaggio nuovo, una vita nuova. Quando ho finito, faccio anche fatica a rivedere i miei film, non lo faccio apposta. Alcuni mi danno proprio fastidio, altri un po’ meno. Marrakesh Express e Mediterraneo sono due film che non mi danno fastidio. Rivedere tutti gli errori, tutte le cose mi fa veramente male.

Puoi dirci qualcosa a proposito delle location?
I paesaggi che descrive il romanzo li possiamo trovare anche in altre zone del Nord, da Cremona, al vercellese, o vicino Mantova. Rispetto a questo c’è che la natura intorno è molto forte: c’è una piana, ad esempio, in cui i fiumi vengo inghiottiti dalla terra. È una zona piattissima con questi insediamenti industriali enormi, un’acciaieria, una segheria, il treno merci, il centro commerciale nel niente. E intorno hai le montagne, senza le colline. Quindi senti questa natura incombente: certo i lupi non scendono a valle se non per cercare il cibo, però il contrasto forte c’è.
Poi sapevamo che era una zona molto martoriata, dai terremoti, dal disastro del Vajont e altre. Con i soldi americani della base di Aviano c’è stata una ricostruzione velocissima e modernissima e anche questo crea un forte contrasto. È un luogo davvero bello e notevole visivamente.
E non so perché, ma le persone il sabato non sanno cosa fare e vanno al centro commerciale, Le Due Torri, oppure a vedere i caccia che decollanno. E infatti nel romanzo padre e figlio vanno a vedere le frecce tricolore.

L’inevitabile domanda sul cinema italiano. Si sta muovendo qualcosa?
Beh, la prima cosa è questa famosa regolamentazione sul cinema che dovrebbe esserci. Ci sono tanti spostamenti a livello produttivo. Io continuo a vedere cose molto interessanti tra giovani: Saverio Costanzo, Matteo Rovere. Questa politica della Colorado di chiamare esordienti assoluti mi piace molto, per esempio. Ma ci sono grandi difficoltà col pubblico, che è tornato nelle sale ma per vedere commedie e non nuovi prodotti. Prima si parlava di Marrakesh Express: era una commedia, quindi è stato più semplice. In quel periodo il pubblico italiano andava solo a vedere film di Natale con attori comici, il che va anche bene. Il problema è che gli incassi di questi film non vengono reinvestiti per far nascere un altro tipo di cinema, compreso quello di genere. Se investi i soldi guadagnati perché sicuramente ti faranno guadagnare gli stessi soldi è ovvio che è un problema.

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