Doug Liman porta sullo schermo dei superteen col Last Minute incorporato, ma questa nuova generazione di eroi non sembra molto utile all’umanità

“Scotty, ci faccia risalire”. Quante volte hanno sentito questa mitica frase gli appassionati di fantascienza, guardando le prime storiche stagioni di
Star Trek. Il teletrasporto fu senz’altro una delle invenzioni che maggiormente fece cavalcare la fantasia, sognando applicazioni nelle sue forme più disparate, dal viaggio alle Maldive all’apparizione istantanea in ufficio per cercare di rimanere fino all’ultimo minuto tra le braccia di Orfeo.
Andando a scartabellare tra le miriadi di supereroi della storia del fumetto, non sono riuscito a trovare nessuno che ha come superpotere la capacità di teletrasportarsi istantaneamente da un punto all’altro del continuum spazio temporale. Anche per questo, sulla carta,
Jumper sembrava avere quel certo non so che necessario per stuzzicare la fantasia.
Se a questo aggiungiamo il fatto che si tratta di supereroi poco più che adolescenti, allora la questione si poteva fare ancora più interessante, aggiungendo a tutto l’apparato classico dell’action movie un’introspezione psicologica e un’analisi sociologica tesa a scandagliare le dinamiche giovanili.
Tutte bellissime prospettive, peccato che Doug Liman non sia riuscito a dare a Jumper un taglio così raffinato e riflessivo, preferendo puntare tutto sull’azione pura, sulle ambientazioni e sulla bellezza dei protagonisti. Ne viene fuori un film di supereroi dove i protagonisti sembrano più dei ragazzini annoiati e viziati che degli esempi da seguire o dei personaggi destinati a un radioso futuro.
La storia stessa è sin troppo lineare: un bel giorno, il nerd della scuola David, proprio mentre sta affogando in un fiume ghiacciato, scopre di avere la capacità di teleportarsi ovunque desideri. Una grande occasione per salvarsi la vita, fuggire da un padre ubriacone e violento e rifarsi una vita nella Grande Mela, guadagnandosi da vivere come onesto rapinatore di banche e godendosela a tutto spiano in giro per il globo, surfando, bevendo e andando a donne.
Ma la sua vita da tranquillo mutante dandy viene sconvolta una volta trovato dagli agenti di una setta religiosa integralista che vuole sradicare queste aberrazioni dalla Terra del Signore.
Tratto dal romanzo omonimo di Steven Gould, Jumper è stato messe nelle mani esperte, o presunte tali, di David S. Goyer, che ha già dato la sua consulenza a progetti cinefumettistici come
Blade e il
Batman di Nolan. Ma se da una parte l’impianto può avere un interesse intrinseco, considerandolo come una rilettura teen degli
X-men, dall’altro tutto viene a decadere quando ci accorgiamo che David e il suo miglior nemico Griffin (un nome una garanzia, oltretutto…) si preoccupano solo di salvare la pelle, piuttosto che di mettere al servizio dell’umanità il loro straordinario potere.
Un menefreghismo sicuramente momentaneo, visto che questo dovrebbe essere il primo film di una trilogia con tutte le evoluzioni del caso, ma che certamente non aiuta a rendere simpatici questi giovani fenomeni. Se a questo aggiungiamo una certa noia che inevitabilmente subentra, location dopo location, ci riesce difficile non dire che Jumper è, almeno per ora, un’occasione persa.
Colpa di Liman, che dopo il folgorante esordio di
Swingers non è più stato capace di ripetersi agli stessi livelli (non a caso i
Bourne diretti da Greengrass sono di gran lunga superiori al suo primo episodio), di Goyer stesso, che evidente non è riuscito a infondere il suo amore per i comics in questo progetto, e del cast, che galleggia stancamente nello spazio-tempo, oltretutto molto breve, del film.
Hayden Christensen e Jamie Bell non riescono in alcun modo a rendersi simpatici e Rachel Bilson è una bella presenza e niente più. Anche gli adulti non si salvano, a partire dalla tremenda chioma albina di Samuel Jackson, fino alla sfuggente apparizione di Diane Lane, preludio al sequel.
E a tal proposito, nonostante tutto il seguito lo aspettiamo, perché proprio nella scena finale compare una delle giovani attrici di maggior talento di questi ultimi anni, Kristen Stewart (dolce spasimante di Emile Hirsch nel meraviglioso
Into the Wild), a cui speriamo venga riservata una parte di primo piano nel prossimo film del franchise.
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