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  • La guerra di Charlie Wilson
di Federica Aliano


Un’opera solida, pregna di contenuti e ottimamente interpretata. Quando lo stile e la tecnica incontrano un buon racconto, il risultato non può che essere di altissima qualità

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Nella trinità induista esiste un dio distruttore, Shiva, la cui accezione è comunque positiva. Quando tutto è distrutto si può ripartire da zero. In questo senso, Shiva è una divinità di rinnovamento. Ma se alla distruzione totale non segue una volontà di ricostruzione, allora quello che ne conseguirà sarà solo miseria.
Per lo stesso motivo gli Stati Uniti sono universalmente odiati quando mandano i loro “aiuti” o dichiarano un’altra guerra utile solo a loro e solo in parte. Come accadde ai tempi di Charlie Wilson, il governo degli Stati Uniti, una volta sconfitto il nemico comune, lascia le popolazioni locali lì ad arrangiarsi, a combattere con la fame, le malattie e la mancanza di mezzi e infrastrutture. Cosa scaturisce da tutto questo? Nient’altro che odio – e i vecchi alleati ben presto si trasformano in nuovi nemici. Tanto agli States non cambia nulla: non è loro il suolo su cui tali guerre vengono combattute.
La guerra di Charlie Wilson è più di un biopic. È un film solido, costruito con una struttura classica (la dimostrazione che Mike Nichols non è completamente uscito fuori di testa da Closer in poi), uno stile di regia impeccabile e una serie di interpretazioni ineccepibili, a partire da Tom Hanks, che si conferma uno dei più grandi attori viventi, fino ad arrivare a Emily Blunt, di certo non l’ultima pupattola chiamata a coprire una particina. Passando per Julia Roberts e Philip Seymour Hoffman, entrambi dal look incredibilmente curato (tante divette che non accettano nemmeno di cambiare tonalità di ombretto dovrebbero imparare cosa vuol dire asservirsi al personaggio), che ci regalano due performance semplicemente eccezionali.
Ogni singolo elemento di questo film è classico, e ci fa domandare come abbiamo fatto fino ad ora – per di più inconsapevolmente – a fare a meno di certi stili di regia. È come assaggiare un biscotto di una marca che non si mangiava più dal tempo in cui eravamo bambini: nascono una serie di sensazioni che ti fanno rendere conto di quanto ti è mancato quel sapore, anche se non lo sapevi.
Fin troppo ovvi i riferimenti all’attualità. Il fatto è che sarebbero impossibili da camuffare. Più che un rimando, una metafora, qui è proprio la storia che si ripete, con personaggi politici che continuano a perpetrare le stesse logiche di speculazione economica, a condurre gli stessi giochi di potere, a decidere tra un brindisi a base di champagne e un salto da un letto all’altro. Mentre sopra le nostre teste volano le bombe – o lievitano i prezzi dei beni di primo consumo.

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