Le unte mani che hanno costruito l’America, tra Orson Welles e John Huston. Paul Thomas Anderson continua ad ispirarsi ai grandi, cercando di diventarlo anche lui. Daniel Day-Lewis un gigante

L’America è un grande paese, basato sul capitalismo e galleggiante sul petrolio, ed entrambe le cose possono essere spunti per storie magnifiche. Basti ricordare
Il gigante di George Stevens o
Quarto potere di Orson Welles. Entrambi film che hanno ispirato fortemente Paul Thomas Anderson, talento indiscusso e sopravvalutato della nuova Hollywood.
Tratto molto liberamente da
Oil!, magnifico romanzo di Upton Sinclair dal quale Anderson prende solo spunto,
Il petroliere è la storia di un sogno, quello americano, che diventa un incubo, il cui posizionamento temporale all’inizio del Ventesimo secolo, fino alla grande crisi del 1929, è solo un pretesto. L’ascesa del bieco capitalista Daniel Plainview, prima cercatore d’argento e poi di petrolio in lungo e in largo per l’America, è simile a quella di Charles Foster Kane, di Jett Ring o di Roy Bean, uomini che hanno fatto quella grande nazione, cinematograficamente parlando, proiezioni di celluloide di Howard Hughes, Randolph Hearst o Roy Bean (sì, quello è esistito davvero…), magnati che si sono impadroniti dell'America grazie alle loro capacità, la loro inventiva e, soprattutto, la loro rapacità.
Paul Thomas Anderson ha studiato bene la lezione ed è riuscito a sintetizzare in meno di tre ore tutto questo e molto di più, intrecciando soldi, politica e religione, proprio come accade in questi tristi anni di amministrazione repubblicana gestita dalla famiglia Bush, petrolieri di razza e paladini della giustizia in nome di Cristo.
Pur nella sua complessità, Il petroliere è un film concettualmente ingenuo, proprio per i fin troppo evidenti rimandi all’attuale situazione politica ed economica degli Stati Uniti, ma come aveva già fatto nei suoi film precedenti, Anderson si preoccupa maggiormente di dare ampia dimostrazione del suo talento, della sua perizia registica e della grande cultura cinematografica che tutti gli riconosciamo.
Ma se
Sidney,
Boogie Nights e
Magnolia erano esami e tesi per laurearsi novello Robert Altman, con
There will be Blood il giovane cineasta americano vuole spingersi ancora oltre. I riferimenti a Quarto potere e
L’orgoglio degli Amberson sono evidenti, così come al
Greed di Von Stroheim e, ovviamente, al già citato
Giant di Stevens, ma l’analisi più attenta si rivolge nei confronti del cinema di John Huston.
L’uomo dai sette capestri è la base di questa ricerca, ma le suggestioni maggiori arrivano da due film straordinari come
L’uomo che volle farsi re e
La saggezza nel sangue, entrambi oltretutto tratti da opere letterarie (Rudyard Kipling e Flannery O'Connor) che, seppur diversissime tra loro, hanno la comune radice dell'analisi della follia, generata che sia dal potere, dal denaro o dalla religione.
Anderson, quindi, pur divertendosi a fare il cinefilo raffinato, riesce a creare una realistica fotografia dell’America e della sua evoluzione, anche grazie alle straordinarie performance di Daniel Day-Lewis e del giovane e bravissimo Paul Dano.
Il primo ci regala un’altra interpretazione da incorniciare, costruendo in maniera magistrale lo spietato sognatore Plainview, un uomo alimentato e roso solo dall'ambizione e dalla brama di potere e ricchezza, prototipo dei tycoon che hanno portato gli Stati Uniti a essere la più grande potenza economica mondiale. Day-Lewis si trasfigura nel personaggio, facendoci quasi dimenticare che di fronte abbiamo solo di un attore che questa volta ha anche la fortuna di confrontarsi con un giovane attore dal talento non comune. Paul Dano, già visto ne
La ragazza della porta accanto e in
Little Miss Sunshine, aveva già lavorato con il premio Oscar per
Il mio piede sinistro in
The Ballad of Jack and Rose, diretto da Rebecca Miller, moglie di Day-Lewis.
Il petroliere è sicuramente un film importante per il cinema americano moderno, anche se Paul Thomas Anderson dovrebbe smetterla con gli esercizi di stile per dimostrarci di avere uno stile realmente personale, come dimostrato con
Punch Drunk Love, dove tra Jerry Lewis e Jacques Tati si intravedeva una sensibilità e un amore per i personaggi mai emerso nel resto della sua filmografia.
Tutto questo fermo restando che ci piacerebbe averne da queste parti di raffinati manieristi come lui...
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