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06 febbraio 2012  



  • Letture - Libri - Recensioni
  • Sweeney Todd - il libro
di Ilario Pieri


Un volume che raccoglie tutta la morbosità ottocentesca per i fatti di sangue, un racconto gotico che attinge a pieni mani da tanta letteratura della nostra infanzia

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Parlare di Sweeney Todd è un pò come rovistare all’interno di una vecchia biblioteca della mente, in cui sono contenute alcune delle più care memorie legate alle letture dell’adolescenza: l’incontro con le strade fumose e la doppiezza di Stevenson, l’abbraccio metaforico fra creatura e creatore di Mary Shelley per Frankestein, fino alle sanguinose passeggiate di Jack The ripper.
Todd the barber nasce dall’inconscio di un paese (l’Inghilterra di metà Ottocento) che comincia a sentire lo sgradevole olezzo della società. Il barbiere assassino percepisce per primo il malsano odore della capitale britannica, avvinghiata ai suoi denari e vampirizzata dai deliziosi pasticci di carne preparati con tanto disprezzo dalla signora Lovett... Il romanzo (a cura di Cristiano Armati per la Newton Compton) potrebbe essere abbinato a una mappa nella quale individuare le zone più frequentate da tutti i personaggi: il negozio della Lovett, la chiesa di St. Dunstan (immersa nella raggelante oscurità di sotterranei e vecchie cripte) e , naturalmente, la bottega di Fleet Street. Todd, come tante altre maschere del libro, è un povero diavolo, esponente ‘di rango’ del sottoproletariato, costretto a servire i ricchi padroni in stamberghe dai terribili segreti per pochi penny.
Sono essenzialmente tre le novelle che si intrecciano durante la lettura: le disavventure di Tobias Ragg, il garzone (delineato nelle pagine come un fanciullo disperato, quasi esploso da qualche triste destino dickensiano), la giovane Johanna Oakley, innamorata del suo perduto amore Mark Ingestrie e il rapporto ambiguo fra Lady Lovett e i suoi cuochi, incaricati di sfornare le gustose prelibatezze.
In attesa di vedere la trasposizione di Tim Burton (figlia però dell’adattamento teatrale di Stephen Sondheim e del suo musical - e non già di questo volume anonimo) il lettore si tufferà in una lunga ricerca della verità, sulle rive sporche e melmose del Tamigi. L’aspetto che più colpisce di questa leggenda è la rudezza con cui viene dipinto il protagonista dalle mille facce. Losco figuro e al contempo gentiluomo, omicida insospettabile, spettro rapace (in bilico fra il Fagin di Oliver Twist, privo però di compassione, e Il Corvo Joe della canzone dei Baustelle), votato a punire l’opulenza della stolta borghesia. Un essere infimo e deforme che non si fa alcuno scrupolo di rinchiudere in manicomio Tobias, perché il giovane, affascinato dalla curiosità (che come è noto uccide il gatto) e da certi strambi comportamenti del suo principale, ficca il naso dove non dovrebbe. L’entrata alla corte dei folli è salutata con dosi massicce di malvagità e ipocrisia: l’istituto Peckham Rye appare come una prigione buia e inquietante, gestita dalle anime corrotte di due famelici orchi: i signori Fogg e Watson. Qui giacciono non solo le speranze affogate nell’ingiustizia di Tobias, ma anche quelle di un'altra innocente, rinchiusa per lungo nel tempo in un silenzio rotto in seguito all’arrivo del nuovo ospite.
Il colore dominante è certo il nero, come le tinte scelte da un abile pittore per tratteggiare le sfumature di un'avventura gotica, ma non mancano parentesi rosa (affidate alle confidenze di Johanna alla vecchia amica Arabella Wilmot) e gialle, con indagini degne della migliore detection sulla scia di Arthur Conan Doyle.
Edito dal piccolo funambolo Edward Lloyd, inventore del genere Penny Dreadful (sorta di collana proibita a buon mercato, antesignana del pulp) il testo si può considerare in tutto e per tutto un gioco di squadra, un lavoro a più mani, un collettivo di penne differenti a servizio di un pubblico morboso. Dall’Ottocento a oggi ne sono stati fatti di passi avanti, eppure per certi versi non ci si è mossi di un millimetro: le gesta criminose di Todd si rifanno ad alcuni fatti di cronaca di circa cinquanta anni prima della pubblicazione del manoscritto. Il pubblico, accorso per assistere al processo di uno dei primi e veri serial killer della storia, bramava dalla voglia di veder messo all’indice l’abominevole mostro. I lettori dell’epoca nutrivano una passione quasi morbosa per certi fattacci di sangue e morte, proprio come accade oggi. Le cronache quotidiane riportano infatti casi impressionanti di voyeurismo di massa: si pensi al recente processo per la strage di Erba, con una platea di ‘curiosi guardoni’ disposti a fare una fila di lunghe ore per accaparrarsi un posto in prima fila (come recita lo spot della nostra TV di stato).

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