There's a hole in the world like a great black pit - And it's filled with people who are filled with shit

L’attesa fra un film di Tim Burton e l’altro sembra sempre troppo lunga. Poi però, quando il momento arriva, capiamo che decisamente ne valeva la pena: non si mette fretta all’arte, dice il proverbio, e mai ci fu qualcosa di più vero.
Libero ormai dalle logiche restrittive delle major su un regista che incassa meglio all’estero che in patria, cresciuto professionalmente, probabilmente più maturo e sereno umanamente, Burton sta inanellando pellicole che si superano sempre a vicenda. Tutto quello che questo regista unico fa poi se lo porta dietro: un bagaglio di citazioni, riprese, concetti, visioni, trucchetti old fashioned, film visti e libri letti. Tutto si inscrive nel suo cinema, il quale è ormai giunto all’autocitazione, volontaria o no, mai pesante, ma inscritta appunto in un linguaggio tutto personale.
Sweeney Todd si inserisce a pieno titolo nel corpus delle opere burtoniane, ma a suo modo è anche diverso. Se infatti prima gli smaliziati bambini europei potevano assistere e apprezzare le proiezioni dei suoi film, con questo musical horror il problema si crea. Non è più una delle meravigliose favole dark che il regista ci ha raccontato, è un thriller della mente, dove nessuno spiraglio di luce riesce a entrare, un tunnel alla fine del quale l’uscita è stata ostruita, non c’è speranza, non c’è un premio una volta che si è raggiunto il sudato traguardo.
Ambientato nella Londra ottocentesca (il buco pieno di vermi e altre amenità), rispettoso della partitura originale tanto da chiamare l’autore delle musiche stesso, lo Sweeney Todd di Tim Burton prende le distanze dalla storia originale per diventare ancora una volta qualcosa di completamente suo, autoriale e personalissimo, sicuro com’è di trovare comprensione nei suoi protagonisti, il suo migliore amico e la madre di suo figlio.
Accanto all’ormai riconoscibile look che Tim dà sempre ai suoi personaggi (pelle bianca, occhi cerchiati di nero e capelli scarmigliati, oltre a un inconfondibile gusto gotico-barocco per gli abiti), il regista fa un uso del colore a livello narrativo che riprende per certi versi
La Sposa Cadavere e per altri
Il mistero di Sleepy Hollow. Non c’è luce nel mondo di Sweeney Todd, solo i ricordi hanno colori, il resto è tutto come coperto di cenere e fuliggine. Tranne il sogno (irreale perché dipinto) di Mrs. Lovett, Sweeney vede ormai tutto nero; solo il sangue, qualcosa che nonostante tutto trasmette corposità e calore, è rosso, intensamente rosso, ha un suo colore inconfondibile e assume una valenza tutta sua.
Proprio il sangue è l’elemento raro nel cinema di Tim Burton. Prima d’ora ne avevamo vista una tale quantità solo nella scena della Vergine di Norimberga, in Sleepy Hollow, quando il giovane Ichabod trova sua madre morta dopo aver subito la tortura del marito – e anche quella volta la sua funzione era la stessa: dolore, perdita, grida interiori messe a tacere da una sensazione orrorifica che, proprio perché fa paura, alza la voce sul male che si ha dentro.
Sempre innamorato dei simboli, Burton ne mette sullo schermo tantissimi: dai manici in argento degli infallibili rasoi di Sweeney, allo specchio rotto che riflette la personalità in pezzi del barbiere, una vita ormai distrutta senza averne nessuna colpa.
La collaborazione consolidata con Johnny Depp dà gli stessi frutti di un raccolto sicuro, ma vedendo l’attore con la ciocca bianca in testa ci chiediamo se ci sia qualcosa che non sia in grado di fare: stavolta canta e lo fa benissimo. La sua voce non ha cedimenti, il suo fascino non cala di un grammo, il suo sguardo e le contrazioni del volto sono perfette. Accanto a lui Helena Bonham Carter, sempre più affascinante, è una perfida, dolce, innamorata Mrs. Lovett. La sua voce è quella più debole nel cast, ma in quanto a tempi, nei duetti è densa di emozioni.
Ormai sembra che appena Burton chiama, gli attori corrano a lavorare con lui: apprezzabile il piccolo ruolo di Sacha Baron Cohen (dozzinale però il doppiaggio), ma lasciano senza fiato la classe di Alan Rickman, eccezionale anche nelle parti cantate, e l’immensa bravura di Timothy Spall, capace di racchiudere interi snodi della trama in un ammiccamento, una palpebra tremolante, un sorrisetto sinistro.
Non c’è lieto fine, non c’è amore per gli abitanti di Fleet Street. Non c’è uomo onesto nella Londra corrotta e dalle lascive abitudini di quegli anni, non uno che non meriti di morire. E questa visione priva di ottimismo riprende molto dal primo cinema di Burton, ma i toni si fanno ancora più cupi tanto più sono consapevoli del mondo che circonda l’artista.
Mai dimenticare.
Mai perdonare.
La vendetta è come una meat pie: si prepara, si lascia raffreddare e all’occorrenza si riscalda.
Commenti (1)
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