Il biopic sulla tormentata vita di Edith Piaf, tra ridondanze narrative e buone interpretazioni

Non è propriamente un biopic all’americana
La Vie en Rose di Oliver Dahan. Eppure non sorprende affatto l’inserimento del film francese in numerose categorie per l’Oscar 2008. A suggerire una drammaturgia bigger than life tanto cara agli Stati Uniti è infatti la vita stessa di Edith Piaf, vero e proprio melodramma involontario di ascesa e caduta, talento e disgrazia. D’altronde la vita della grande cantante francese è stata breve, intensa e soprattutto tragica, in antitesi con il titolo del film, che vuole omaggiare il desiderio di amore che ha animato la vita bohémien de La Môme. Che nel film è una convincente ma troppo mimetica Marion Cotillard, costretta a sei ore di trucco quotidiane per diventare la celeberrima cantante figlia di un’artista di strada e di un saltimbanco, nata avventurosamente, cresciuta in un bordello, passata per una cecità infantile e diventata il mito che conosciamo dopo anni di durezze indicibili. Durezze che non la abbandonarono nemmeno nel periodo del successo, tra le accuse infondate sulla misteriosa morte di Louis Leplée (l’uomo che la scoprì e la ribattezzò e che nel film è interpretato da Gérard Depardieu che arriva, invade lo schermo, fa le sue espressioni, dice le sue cose e scompare con la classe degli immortali), la morte del suo amato pugile Marcel Cerdan, l’abuso di droghe e alcool e la fine prematura nel ricordo di una figlia non voluta, persa prima che potesse riconoscerla come madre.
Nonostante le buone intenzioni e un’avvincente scansione temporale (a volte persino pleonastica) Dahan predica bene e razzola male, finendo per raccontare la vita “maledetta” di un’artista, senza affrancarsi del tutto dai luoghi comuni che cerca con veemenza di scacciare. Se è innegabile il tentativo di raccontare la cantante con discrezione e attenta partecipazione, evitando stucchevoli eccessi e invadenti sottolineature sul sesso, le droghe e i vari patimenti della Piaf, è altrettanto vero che il suo film non riesce mai del tutto a suggerire il parallelismo tra il tragico percorso biografico di Edith e l’espressione della sua arte, preso com’è da una ricostruzione da feuilleton. La ridondanza della messa in scena, l’ossessione per la ricostruzione filologicamente pertinente e il naturalismo ottocentesco che invade il film di Dahan sfiaccano progressivamente il rapporto di empatia creato con lo spettatore che finisce per essere invaso da un accumulo melodrammatico vagamente indiscriminato.
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