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  • Il futuro non è scritto - Joe Strummer
di Boris Sollazzo


Un documentario semplice e raffinato che riporta indietro alla fine dei '70 e fa riflettere su quanto - forse - cambiare era possibile

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“Scrivo canzoni di protesta, quindi sono un cantante folk. Un cantante folk con chitarra elettrica”. Mi presento, sono Joe Strummer. Ecco il suo biglietto da visita. Insieme a voce e chitarra che hanno sconvolto, cambiato, radicalizzato la musica. Molti riprenderanno i suoi accordi musicali, pochi i suoi disaccordi politici e sociali. Un combattente nato il buon Joe, faccia e rabbia da bambino, adorabilmente incoerente ed egoista, genio che odiava la sregolatezza. Negli altri. Ma uno che il mondo l’ha preso di petto, sputandogli anche in faccia se lo riteneva giusto.
“Penso che la gente debba sapere che noi dei Clash siamo antifascisti, contro la violenza, siamo antirazzisti e per la creatività. Noi siamo contro l'ignoranza”. Joe Strummer era innanzitutto questo, pur nelle sue incostanti coerenze, uno che combatteva l’autorità e l’ingiustizia. Forse il punk non l’ha inventato lui (Rotten e i Sex Pistols lo ispirarono) ma di sicuro la sua figura lo incarna perfettamente: in lui c’era tutta l’anarchia rivoluzionaria, settaria e persino stalinista di quel movimento che lui seppe liberare da misoginia e razzismo.
Joe Strummer - Il futuro non è scritto (distribuito dalla Ripley’s film) di Julian Temple, regista di Sex Pistols - oscenità e furore e Glastonbury e amico fraterno di Strummer, primo a filmare i Clash nel 1976, racconta la difficile cavalcata di questo strimpellatore geniale e (in)dolente. Il film scorre su due binari paralleli e allo stesso tempo convergenti: le parole di Joe nel programma radiofonico per la BBC “London Calling” (stupenda canzone dell’omonimo album con cui i Clash nel ’79 conquistarono l’America), mezz’ora di musica di ogni continente e di controinformazione, e un falò, con tutti gli amici e gli illustri fans di una vita. Si parla di Joe fin da dall’infanzia vittoriana, dopo i natali turchi (fu partorito ad Ankara), papà ambasciatore (ma comunista) e mamma artista. Si narra dell’adolescenza di strada, hippie che occupava e suonava per la libertà. Da John Graham Mellor (il suo nome all’anagrafe) a Woody, attraverso una moltitudine di nomi d’arte inventati. Poi arriva il concerto dei Sex Pistols che gli cambia la vita e provoca la sua adesione, fideistica e totale, al punk, con un taglio netto al passato. E tutte le altre evoluzioni, fino ai techno-rave e agli amati falò. Un viaggio dolce e non conciliante (quasi tutti ricordano talento e difetti di questo ragazzaccio) nella vita del musicista più importante degli ultimi 30 anni. Fonte di ispirazione, come vediamo nel film, per tutta la migliore musica moderna, dagli U2 (lo racconta Bono Vox) ai Red Hot Chili Peppers (lo fa il leader Anthony Kiedis), ma anche per le lotte politiche e altre arti, come quel cinema (parlano Scorsese, Buscemi, Depp) che lo vide come compositore di colonne sonore e attore per Alex Cox e Jim Jarmusch. Una vita al massimo, una carriera da star, ma soprattutto un uomo che non ha mai smesso di credere in un mondo migliore e possibile, criticando senza paure quello peggiore e presente. Che piangeva quando vedeva le bombe americane con su scritto “Rock the Casbah”, titolo di uno dei suoi capolavori, o tornava a cantare “White Riot” con l’amato-odiato Mick Jones, per il sindacato dei pompieri. Gratis! L’unico ritorno sul palco dei disciolti Clash.
Temple è quasi perfido quando ospita le rockstar che a lui si sono ispirate e che con lui hanno anche avuto un’amicizia. Le loro stesse parole rivelano il tradimento degli insegnamenti di Strummer. Opportunisti che esprimono nostalgia per lui, non sapendo (?) che lui lancerebbe loro dietro microfoni, casse e strumenti. Piuttosto che ripetersi o vivere di rendita, Joe preferiva sbagliare canzone, album, stonare. Aveva il gusto e il vizio del rischio, della rivoluzione vera e impossibile.
Un documentario semplice e raffinato, una colonna sonora ovviamente eccezionale, Joe Strummer - il futuro non è scritto ti riporta nel 1977 e dintorni. Quando il mondo si diede l’ultima opportunità per cambiare. Una bella scommessa, in cui abbiamo perso tutto. Nel 2001 ci si riprovò, nella Genova di De Andrè. Ma le note erano quelle di Seattle e di Cobain. Nichilismo e autodistruzione, non più rabbia e contestazione. Joe ci sperava, Kurt era disperato. Prima ai concerti c’erano i lavoratori. Ora i precari. Paralleli inquietanti. Chiedete chi erano mai questi Clash.

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